Gabriel García Márquez: come ho iniziato a scrivere

Gabriel García Márquez: come ho iniziato a scrivere Photo Credit:Perfil.com

La scomparsa di Gabriel García Márquez ci ha lasciato tutti con un gran vuoto. Abbiamo pensato che il modo migliore per ricordarlo, per noi che amiamo scrivere, sia quello di tornare alle sue parole. Ripubblichiamo qui di seguito un discorso che Gabo pronunciò nel 1970 presso l’Università di Bogotá, nella sua Colombia, tratto da Non sono venuto a far discorsi.

 

Come ho iniziato a scrivere

 

Prima di tutto, scusatemi se parlo da seduto, ma la verità è che se mi alzo corro il rischio di cadere a terra per la paura. Sul serio. Ho sempre creduto che i cinque minuti più terribili della mia vita mi sarebbe toccato trascorrerli su un aereo e di fronte a venti o trenta persone, non davanti a duecento amici come adesso. Per fortuna, ciò che mi succede in questo momento mi permette di cominciare a parlare della mia letteratura, giacché stavo pensando che ho iniziato a essere scrittore nello stesso modo in cui sono salito su questo palco: per forza. Confesso di avere fatto tutto il possibile per non partecipare a questa riunione: ho cercato di ammalarmi, ho tentato di farmi venire una polmonite, sono andato dal barbiere con la speranza che mi sgozzasse e, infine, mi è venuta in mente l’idea di presentarmi senza giacca e cravatta in modo che non mi facessero entrare a un incontro formale come questo, ma dimenticavo di trovarmi in Venezuela, dove si può andare dovunque in maniche di camicia. Risultato: eccomi qui e non so da dove cominciare. Però vi posso raccontare, per esempio, come ho iniziato a scrivere.

A me non era mai passato per la testa che potessi diventare scrittore, però, ai tempi in cui ero studente, Eduardo Zalamea Borda, direttore del supplemento letterario de «El Espectador» di Bogotá, pubblicò un articolo in cui diceva che le nuove generazioni di scrittori non offrivano nulla, che non si scorgeva da nessuna parte un nuovo autore di racconti o un nuovo romanziere. Zalamea Borda concludeva affermando che veniva rimproverato perché sul suo giornale pubblicava soltanto firme stranote di scrittori molto anziani e non dava spazio a nessun giovane, mentre la verità, diceva, era che non c’erano giovani che scrivessero.

In me allora nacque un sentimento di solidarietà verso i miei coetanei e decisi di scrivere un racconto, giusto per tappare la bocca a Eduardo Zalamea Borda, che era un mio grande amico, o che almeno lo diventò in seguito. Mi sedetti, scrissi il racconto e lo mandai a «El Espectador». Il secondo scossone lo ebbi la domenica successiva quando aprii il giornale e trovai il mio racconto a tutta pagina accanto a un articolo in cui Eduardo Zalamea Borda riconosceva di essersi sbagliato, perché evidentemente «con quel racconto nasceva il genio della letteratura colombiana» o qualcosa del genere.

Allora sì che mi preoccupai e mi dissi: «In che guaio mi sono cacciato! E ora che faccio per non far fare una brutta figura a Eduardo Zalamea Borda?». Continuare a scrivere, era la risposta. Ma mi rimaneva sempre il problema del tema: ero costretto a cercarmi il racconto per poterlo scrivere.

E questo mi consente di dirvi una cosa che posso sapere solo adesso, dopo aver pubblicato cinque libri: il mestiere dello scrittore è forse l’unico che diventa più difficile quanto più lo si pratica. La facilità con cui mi sedetti una sera a scrivere quel racconto non può essere paragonata alla fatica che mi costa adesso riempire una pagina. Quanto al mio metodo di lavoro, è abbastanza coerente con ciò che vi sto dicendo. Non so mai quanto riuscirò a scrivere né cosa scriverò. aspetto che mi venga in mente qualcosa e, quando mi viene un’idea che ritengo buona, me la rimugino in testa e la lascio maturare. Quando l’ho rifinita (e a volte passano molti anni, come nel caso di Cent’anni di solitudine, a cui ho pensato per diciannove anni), quando l’ho rifinita, ripeto, allora mi siedo a scriverla, e lì comincia la parte più difficile e quella che più mi annoia. Perché la cosa più piacevole della storia è concepirla, affinarla pian piano, girandosela e rigirandosela in testa, cosicché al momento di mettersi a scriverla ormai non interessa granché, o almeno a me non interessa granché.

 

L’idea che ronza in testa

Vi racconterò, per esempio, l’idea che mi sta ronzando in testa ormai da vari anni e che sospetto di avere già affinato abbastanza. Ve la racconto adesso perché di sicuro quando la scriverò, non so quando, la troverete completamente diversa e potrete osservare in che modo sia cambiata. Immaginate un piccolissimo paese in cui vive una donna anziana con due figli, uno di diciassette e una figlia minore di quattordici. Sta servendo loro la colazione e si nota che ha un’espressione molto preoccupata. I figli le chiedono cosa le succeda e lei risponde: «Non so, ma mi sono svegliata con il pensiero che qualcosa di molto grave accadrà in paese».

I figli ridono di lei, dicono che si tratta di presentimenti da vecchia, cose che passano. Il ragazzo se ne va a giocare a biliardo e, nel momento in cui sta per tirare una carambola semplicissima, l’avversario gli dice: «Scommetto un peso che non la fai». Tutti ridono, lui stesso ride, tira la carambola e il colpo non gli riesce. Il ragazzo paga la scommessa e gli chiedono: «Ma che cosa è successo? Era una carambola così facile…». Lui risponde: «È vero, ma mi è rimasta la preoccupazione per quello che mi ha detto mia madre stamattina su qualcosa di grave che sta per succedere in paese». Tutti ridono di lui e quello che ha vinto il peso torna a casa, dove ci sono sua madre e una cugina o una nipote, insomma, una qualche parente. Felice per la scommessa vinta, dice: «Ho vinto facile facile questo peso a Dámaso, perché è uno stupido». «E perché è uno stupido?» «Be’, perché non è riuscito a fare una carambola semplicissima, disturbato dalla preoccupazione per il fatto che sua madre stamattina si è svegliata con l’idea che qualcosa di molto grave stia per succedere in paese.»

Allora la madre gli dice: «Non burlarti dei presentimenti dei vecchi, perché a volte si realizzano». La parente ascolta tutto, poi esce a comprare la carne. «Mi dia mezzo chilo di carne» dice al macellaio e, mentre lui la sta tagliando, aggiunge: «Meglio che me ne dia un chilo, perché dicono che stia per succedere qualcosa di grave ed è meglio essere preparati». Il macellaio la serve e quando arriva un’altra signora a comprare mezzo chilo di carne le dice: «Ne prenda un chilo perché sono venute un sacco di persone a dire che succederà qualcosa di grave. La gente si sta preparando, va in giro a far compere».

Allora la signora risponde: «Ho parecchi figli; guardi, meglio se me ne dà due chili». Poi se ne va con i suoi due chili e, per non allungare troppo il racconto, dirò che il macellaio in mezz’ora esaurisce la carne, ammazza un’altra vacca, la vende tutta e la voce continua a spargersi. Arriva il momento in cui tutti in paese stanno aspettando che succeda qualcosa. Si paralizzano le attività e all’improvviso, alle due del pomeriggio, fa caldo come sempre. Qualcuno dice: «Vi siete resi conto del caldo che sta facendo?». «Ma se in questo paese ha sempre fatto caldo…» tanto caldo che è un paese in cui tutti i musicisti hanno strumenti rappezzati con il catrame e suonano sempre all’ombra perché, se lo fanno al sole, gli strumenti se ne cadono a pezzi. «Eppure» dice uno «a quest’ora non ha mai fatto tanto caldo.» «Ma se alle due del pomeriggio è proprio l’ora in cui fa più caldo…» «Sì, ma non tanto caldo come adesso.» Sul paese deserto, sulla piazza deserta cala all’improvviso un uccellino e si sparge la voce: «C’è un uccellino in piazza». E tutti accorrono spaventati a vedere l’uccellino.

«Ma, signori, ci sono sempre stati uccellini che si posano in piazza.» «Sì, ma mai a quest’ora.» Si giunge a un punto di tale tensione per gli abitanti del paese chesono tutti smaniosi di andarsene e non hanno il coraggio di farlo. «Io sì, che sono un vero uomo,» urla uno «io me ne vado.» Prende i mobili, i figli, gli animali, li mette su un carretto e attraversa la strada principale dove c’è tutto il paese a guardarlo. E a un certo punto la gente dice: «Se lui ha il coraggio di andarsene, allora ce ne andiamo anche noi», e cominciano letteralmente a smantellare il paese. Si portano via le cose, gli animali, tutto. E uno degli ultimi che abbandona il paese dice: «Che la disgrazia non si abbatta su ciò che resta della nostra casa», e allora incendia la casa e altri incendiano altre case. Fuggono in mezzo a un tremendo panico, come in un esodo di guerra, e tra di loro procede la signora che aveva avuto il presagio, urlando: «L’avevo detto che qualcosa di molto grave stava per succedere e mi hanno dato della pazza».

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Rubrica: L'Edicola, Top post

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