Senti chi parla! Favole e fiabe con animali parlanti

Senti chi parla! Favole e fiabe con animali parlanti Illustrazione: Tommaso Pedullà

La storia della letteratura è costellata da una miriade di personaggi animali e lo è praticamente fin dai suoi inizi. Immagino che tutti, almeno una volta nella vita, si siano imbattuti nelle favole di Esopo, i cui protagonisti erano, manco a farlo apposta, animali, ma un po’ speciali si dirà, perché quelli del poeta greco erano animali parlanti. Chissà se oltre duemila anni fa, quando Esopo scriveva le sue favole, si rendesse conto di essere l’inventore di un filone narrativo che, con forme e strutture diverse, continua ancora ai nostri giorni. Sarà che sotto sotto ci piacerebbe davvero tanto che gli animali potessero parlare (di sicuro io ne sarei entusiasta) e forse è anche per questo che le storie di animali con voce e atteggiamenti umani ha unito generazioni di lettori di tutti i tempi e di culture diverse tra loro.

A voler proprio dire la verità Esopo non è stato il primo a pensare di far parlare gli animali – è infatti molto probabile che abbia ripreso delle leggende orali di origine africana e mediorientale – ma quel che è certo è che per primo ha pensato di rispecchiare vizi e virtù umani attraverso una caratterizzazione antropomorfica degli animali e a mettere tutto questo per iscritto. Lo scopo principale delle sue favole era quello di diffondere una morale tra i suoi contemporanei in maniera immediata e efficace. E non si è certo risparmiato, visto che di favole ne ha scritte veramente tante (sono circa 400 quelle arrivate fino a noi), facendovi parlare ogni specie di animale possibile: leoni, lupi, cani, agnelli, aquile, cervi e addirittura zanzare. Tutto questo bendidio parlante e argomentante è condensato nello spazio di una narrazione brevissima e al servizio, come accennavo prima, di un insegnamento morale.

Se al poeta greco Esopo spetta il primato di aver scritto delle favole di animali parlanti, al romano Fedro va il merito di averle recuperate e messe in versi, cioè di averle abbellite e personalizzate attraverso un tocco satirico e polemico. Nelle sue opere non manca ovviamente l’intento didascalico e se Fedro parteggia evidentemente per i poveri e gli umili, la sua è una morale che riconosce e accetta l’inevitabilità del male, ma nonostante questo, i “suoi” animali (volpi, cervi, serpenti e via dicendo) giocano spesso d’astuzia, caratteristica che egli stesso considera come l’unico antidoto all’ingiustizia e all’arroganza del potere.

L’attualità delle favole di Esopo e Fedro è piuttosto evidente e se ancora oggi le leggiamo con piacere probabilmente è anche per l’opera di Jean de La Fontaine, poeta francese, che nel seicento le recuperò e le riscrisse adattandole al gusto dell’epoca. Anche i corvi, i gatti e le volpi di La Fontaine dialogano tra di loro per riferire un insegnamento morale che, proprio come nelle favole dei suoi predecessori di età classica, simpatizza con i più deboli, detesta l’ipocrisia e apprezza l’astuzia come strumento di ribellione e riscossa.

Non si può negare l’enorme attrattiva che le storie di animali parlanti come protagonisti esercitano sui lettori di giovane età. Non è quindi un caso che l’erede della favola classica sia la fiaba (che si rivolge tradizionalmente ai più piccoli) e che, unendo al significato moraleggiante un più evidente, e a questo funzionale, elemento magico, raggiunge il suo massimo splendore tra metà del Seicento e il tardo romanticismo. Anche nelle fiabe, come già nelle favole, gli esempi di animali parlanti si sprecano: pensiamo a Charles Perrault, autore francese considerato il padre della fiaba classica, ma che tanto deve all’opera dell’italiano Giambattista Basile il quale, con i suoi Lo cunto de li cunti e La gatta Cenerentola, inventa storie e personaggi che verranno poi ripresi, tra gli altri, dai fratelli Grimm e dallo stesso Perrault.

La mia fiaba preferita è Il gatto con gli stivali: creatura scaltra e intelligente per antonomasia, il gatto, e nella fattispecie quello narrato da Perrault, è il protagonista indiscusso di un’avventura fantastica dove, grazie alla propria astuzia, riesce, nell’ordine: a fare fesso un orco cattivo, a far diventare principe quell’inetto del suo padrone – che senza l’ingegnoso felino al suo fianco, sarebbe tornato con molta probabilità a fare il mugnaio in qualche villaggio sperduto – e, ovviamente, ad assicurare il tradizionale lieto fine. Il significato di questa fiaba è piuttosto evidente: l’intelligenza (e l’eleganza) umana di cui l’animale è dotato sono le armi più potenti con cui poter sconfiggere e superare ogni difficoltà. Ecco perché, nel dubbio, conviene sempre trattare bene il proprio gatto. Non si sa mai…

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Rubrica: Letture bestiali, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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