Come descrivere un adolescente

Come descrivere un adolescente Illustrazione di Tommaso Pedullà

I tedeschi lo chiamano Bildungsroman (romanzo di formazione) ed è una prova per nulla semplice, perché significa narrare l’età della formazione, quindi ritrarre un’identità in movimento, e confrontarsi con un tempo della fabula molto più lungo (i ragazzi non  maturano in pochi mesi).

Se vogliamo narrare la crescita del nostro personaggio secondo modelli classici, possiamo scegliere di scrivere in terza persona (come ne Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister) oppure  preferire il romanzo epistolare, come fece lo stesso Goethe ne I dolori del giovane Werther e il nostro Foscolo ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Oggi, ovviamente, il romanzo epistolare potrebbe  essere traslato in uno scambio di mail, discorsi in chat o tweet e ciò implicherebbe anche l’adozione di altri registri linguistici. Di certo una scommessa interessante per uno scrittore.

Dobbiamo decidere quanto “essere dentro” l’adolescente che vogliamo descrivere. Se reputiamo di avere una penna adatta più alle vene ironiche che ai toni appassionati, scegliamo il modello di Meister, che poi ha trovato prosecuzione ne La montagna incantata e ne I turbamenti del giovane Törless. Leggiamo, ad esempio, l’incipit del romanzo di Mann:

«Un giovanotto di aspetto semplice e comune era partito in piena estate da Amburgo, sua città natale, diretto a Davos, nel Canton dei Grigioni, dove contava di rimanere tre settimane in visita presso un suo parente»

Poche volte si assiste ad una presentazione così poco entusiasta del proprio pupillo, ma il basso profilo del povero Hans Castorp è funzionale ai cambiamenti che Mann vuole raccontarci. Il romanzo è di formazione proprio perché quello che era un giovanotto semplice e comune finirà per discettare di filosofia e teologia. Tuttavia, la scelta di Mann è dettata dalla volontà dello scrittore di “non sporcarsi le mani” con le angosce del suo personaggio. Insomma: dovete scegliere se davanti ai turbamenti del vostro giovane eroe, adottare uno sguardo disincantato o se tuffarvi con convinzione nel marasma delle sue agitazioni.

Lo stile epistolare media fra queste due scelte. L’amico, ad esempio Lorenzo Alderani nel romanzo foscoliano, rappresenta il momento della riflessione, la voce esterna; le lettere del protagonista, il momento passionale: «T’amai dunque t’amai, e t’amo ancor di un amore che non si può concepire che da me solo. È poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l’ami, e sentirsi scorrere in tutta l’anima la voluttà del tuo bacio, e piangere teco». Questa è la voce  coinvolgente di Jacopo Ortis, che urla come la gioventù, con le sue incongruenze e i suoi eccessi. Jacopo Ortis “buca la pagina”, ha ciò che i nostri personaggi devono assolutamente conquistare: la vita.

Possiamo anche scegliere uno stile più colloquiale, abbinandolo al distacco di una narrazione in terza persona, come ha fatto Enrico Brizzi:

«All’epoca il vecchio Alex non aveva ancora compiuto diciott’anni e in quei giorni il cielo di Bologna era espressivo come un blocco di ghisa sorda e da simili espressività non avreste potuto aspettarvi nulla d’esaltante, neppure uno di quei bei temporaloni definitivi che lavano le strade e da quasi due settimane la città giaceva tramortita sotto una pioggia esangue senza nome. Quale conoscente del vecchio Alex e persona informata dei fatti mi limiterò ad aggiungere che una certa storia con una ragazza gli appariva ormai sfumata nel ricordo, gualcita dallo squallore sbalorditivo della vita di tutti i giorni: essere stato terribilmente felice con lei per quattro mesi gli sembrava – ecco un’altra delle sue sensazioni più crude – non fosse servito a niente» (Jack Frusciante è uscito dal gruppo).

La scelta della narrazione in prima persona dona alle riflessioni del nostro adolescente un tono vibrante e, spesso, un approccio molto dissacrante allo stesso concetto di crescita:

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto» (Il giovane Holden)

L’adolescente non punta più, come nel romanzo di formazione classico, a diventare come gli adulti, ma fa di tutto per non adeguarsi al mondo adulto, che è privo di senso. Così, il nostro personaggio adolescente può diventare il nostro sguardo  critico e corrosivo sulla società. Fra tutti i giovani che non evolvono affatto, ma rappresentano lo scacco di qualsiasi ottimismo pedagogico, il mio preferito è Ferdinand Bardamu (Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline), scapestrato e disadattato, che attraversa la vita facendosi scivolare addosso  le velleità di genitori e maestri di modificarlo.

«Mia madre…ha fatto di tutto, lei, per farmi campare, è il nascere che non ci voleva. …Durante la giornata non c’era da stare allegri. Ricevevo più ceffoni che sorrisi, in bottega. Chiedevo perdono a proposito e a sproposito, ho sempre chiesto perdono di tutto….Soltanto una cosa avevamo in comune nella nostra famiglia, l’angoscia della pagnotta»

La scrittura è sfrontata, impietosa, non conosce soste e non perdona nulla. Per questo, il nichilismo di Bardamu non è angosciante ma esilarante, segno che per i nostri personaggi non il carattere, ma lo stile, è tutto.

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Rubrica: La bottega dei personaggi, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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