L’uso creativo della virgola

L’uso creativo della virgola Illustrazione di Tommaso Pedullà

“Non basta che i segni d’interpunzione li poniate correttamente… non basta! Bisogna porli consapevolmente! Voi mettete una virgola e dovete aver coscienza del perché la mettete…”

Anton Checov, Racconti

Scrivere di punteggiatura mi fa sempre un po’ paura. (E fa anche rima, tanto per rafforzare il concetto). Fa paura perché vivo nel terrore che chi legge sia lì ad analizzarmi ogni singolo segno, ogni virgola messa in un punto piuttosto che in un altro. Poi però mi solleva pensare che la virgola, come altri segni di punteggiatura, permette una duttilità che segue il personale modo di esprimersi di chi scrive. Perché è, come tutti i segni ortografici, pura convenzione, messa lì a ricordarci le pause che nel parlato sono la cifra personale di ognuno.

I più grandi scrittori hanno trasgredito le comuni regole grammaticali, anche le più restrittive, e così il mio ticchettare sulla tastiera si fa un po’ più rilassato. (Lo so che l’avete notata la virgola prima della congiunzione!). Almeno fino a quando mi tornano in mente i segnacci rossi della maestra sul foglio: Non si mette mai la virgola tra soggetto e verbo!

Ringrazio quei segni.

Credevo di essere creativa io, giovane alunna antipatica, nell’utilizzare la virgola dopo il soggetto: mi sembrava che, nel leggere la frase, uno rimanesse quasi sul’orlo di un baratro, per poi accorgersi di un piccolo ponte, e continuare oltre. Era qualcosa di istintivo supportato dal fatto che nei libri e nelle antologie scolastiche anche Manzoni e Moravia l’avevano messa quella benedetta virgola tra il soggetto e il verbo!

E nonostante cercassi di spiegare a chi mi correggeva che quella virgola non derivava dalla mia ignoranza della regola ma da una precisa scelta, ancora ringrazio quei segni. Perché mi hanno lasciato un profondo rosso nella memoria e mi hanno definitivamente reso consapevole del fatto che l’uso creativo è una pena a vedersi e a leggersi, se non supportato da una profonda conoscenza letteraria e stilistica della nostra bella lingua. Cosa che non avevo di certo all’epoca e forse neanche oggi.

La consapevolezza è il più importante degli strumenti dello scrittore. Soprattutto quando si tratta di infrangere regole grammaticali. È fondamentale per chi scrive avere coscienza del perché, ad esempio, una determinata virgola separa le frasi, un’altra le unisce, un’altra detta il ritmo a chi legge e un’altra ancora sottolinea dei concetti.

Alberto Moravia ebbe uno strano rapporto con la punteggiatura. Credeva fortemente nell’uso della virgola tra il soggetto e il verbo per evidenziare la personalità del soggetto, dargli maggiore carica emotiva, separare l’io dal resto. Anche Italo Calvino e Alessandro Manzoni posero questa piccola verga nel punto in cui la grammatica lo vieta.

Voi, mi fate del bene, a venir qui da me in questa casa”, scrive Manzoni nei Promessi Sposi, restituendo alla frase l’oralità e l’enfasi che sulla pagina scritta si perderebbe altrimenti.

L’uso della virgola ha moltissime regole e altrettante eccezioni. Ha la funzione di rendere un testo più comprensibile, disambiguare le frasi, fornisce l’intonazione al testo e segnala le pause al lettore. E ha anche la funzione di separare l’elemento debole di una frase da quello giudicato più importante o semplicemente di sottolineare alcune parti del discorso dando loro maggiore enfasi. Addirittura, a questo scopo, può essere inserita tra verbo e complemento oggetto o prima di un’oggettiva: “Non lo sapevo nemmeno, di avere una mamma” (Tiziano Scarpa, Stabat Mater).

C’è comunque chi resta convinto che la virgola tra soggetto e verbo – no, fa solo schifo, è inaccettabile. Come inconcepibile resta la virgola tra il penultimo e l’ultimo termine di un elenco quando tra questi è presente la congiunzione “e”. Sempre Manzoni scrive: “[…] il pensiero che don Rodrigo […] tornerebbe glorioso e trionfante, e arrabbiato”.

E l’uso creativo della virgola da parte degli scrittori non si ferma qui.

Carducci eliminò le virgole dalle enumerazioni, D’Annunzio si dichiarò “Nimico delle virgole come la Cicogna invisa colubris è nimica delle serpi” poiché “costrutto molto virgolato è costrutto molto bacato”.

Talvolta però c’è bisogno di pause anche in punti in cui non andrebbero, per creare un’aspettativa. A me le pause sono sempre piaciute. Senza pause, non esisterebbe la musica; senza pause, non esisterebbe la scrittura. Quando però il mio lato lassista prende il sopravvento, mi aggrappo con tutte le forze a una frase di Truman Capote:

«Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l’auto flagellazione».

La ripeto per non lasciarmi trasportare dalla melodia incontrollata. Ché si sa, “genio e sregolatezza” non vanno più di moda ormai.

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Rubrica: Sulle spalle dei giganti, Top post

  • Scritto da:

  • Rossella Monaco
  • Rossella Monaco, classe 1986, scrittrice e traduttrice di autori inglesi e americani. Titolare dell’agenzia letteraria La Matita Rossa; ha diretto una collana di libri tradotti. Tiene corsi di Creative Writing e di traduzione in aula e online. Ha tradotto e curato la pubblicazione di opere di Charles Dickens, Elizabeth Gaskell e Francis Scott Fitzgerald per diverse realtà editoriali italiane. Spera di guarire presto dalla malattia della gioventù.


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  1. In ogni cosa, dunque, che sia continua, cioè divisibile, è possibile prendere il più, il meno e l’uguale, e questo sia secondo la cosa stessa sia in rapporto a noi: l’uguale è qualcosa di mezzo tra eccesso e difetto. Chiamo, poi, [30] mezzo della cosa ciò che è equidistante da ciascuno degli estremi, e ciò è uno e identico per tutti; e mezzo rispetto a noi ciò che non è né in eccesso né in difetto: ma questo non è uno né identico per tutti. Per esempio, se dieci è tanto e due è poco, come mezzo secondo la cosa si prende sei, giacché esso supera ed è superato in uguale misura. [35] E questo è un mezzo secondo la proporzione aritmetica. Invece, il mezzo in rapporto a noi non deve essere preso in questo modo: [1106b] infatti, se per un individuo dieci mine di cibo sono molto e due sono poco, non per questo il maestro di ginnastica prescriverà sei mine: infatti, può darsi che anche questa quantità, per chi deve ingerirla, sia troppo grande oppure troppo piccola: infatti per Milone41 sarebbe poco, per un principiante di ginnastica sarebbe molto. Similmente nel caso della corsa e [5] della lotta. Così, dunque, ogni esperto evita l’eccesso e il difetto, ma cerca il mezzo e lo preferisce, e non il mezzo in rapporto alla cosa ma il mezzo in rapporto a noi. Se, dunque, è così che ogni scienza compie bene la sua funzione, tenendo di mira il mezzo e riconducendo ad esso le sue opere (donde l’abitudine [10] di dire delle cose ben riuscite che non c’è nulla da togliere e nulla da aggiungere, in quanto l’eccesso e il difetto distruggono la perfezione, mentre la medietà la preserva), se i buoni artigiani, come noi affermiamo, lavorano tenendo di mira il mezzo, e se la virtù è più esatta e [15] migliore di ogni arte, come anche la natura, essa dovrà tendere costantemente al mezzo.

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