Ganzo

Ganzo Illustrazione: Tommaso Pedullà

L’etimologia di ganzo è il classico esempio di lemma che nei dizionari è preceduto dalla sigla etim. inc. Poi seguono, in genere, tre congetture. Tutte convincenti.

 

La prima: dal latino medievale gangia “meretrice”, a sua volta da ganeum “taverna, bettola”. Ecco: il figo è sempre figlio di “madre signorina”.

 

La seconda arriva sempre a gangia, ma partendo addirittura dal persiano gärgänǧä, “donna lasciva”: adoro la costumatezza dei dizionari. L’affinità fonetica è sospetta: gangia suona davvero lascivo e carezzevole. Non sentite le stradine sabbiose, il caldo, le pareti argillose, le lingue sibilline, i passi nella sabbia? No? Andiamo avanti.

 

Terza ipotesi: dalla parola gancio, diffusa nel toscano col significato di “scaltro”, a sua volta derivante da gancho in spagnolo, lingua romanza nella quale compare per la prima volta con questa connotazione. Il gancho è un imbroglione che ti tira nella trappola come se avesse un uncino, appunto, un gancio. L’affinità di pronuncia tra gancio e ganzo è testimoniata dalle evoluzioni della parola nel mediterraneo: gántzos in greco moderno e ġanžo nelle lingue del Maghreb.

 

Gancio con il significato di “dritto” si è diffuso specialmente in Toscana e in Emilia. Lì facilmente la “c” della pronuncia centro-settentrionale (affricata post-alveolare sorda), è diventata una “z” (affricata alveolare sorda). La smetto di essere seccante.

 

Altri libertini, di Pier Vittorio Tondelli, è una raccolta di racconti così ganzi da essere messa al bando e sequestrata nello stesso anno d’uscita, il recentissimo 1980. Chi l’ha letta ricorderà di certo il racconto delle Splash, “Mimi e istrioni”, titolo che riassume i vagheggiamenti e le scorribande di tre ragazze e un transessuale nell’Emilia paranoica degli anni ’70. Tra controcultura, provincialismi, sbronze colossali e libertà sessuale a buon mercato, la Pia ci racconta la storia delle Splash con la sua lingua giovane ed emiliana. Il quartetto frequenta cantine e discoteche, radio libere e gruppi femministi: tutto con lo stesso entusiasmo e interesse, più nel male che nel bene. La Pia ci rifila lezioni sulla condizione femminile in un discorso indiretto sveltissimo, ma si sofferma per una pagina intera sugli outfit delle Splash quando, dopo un lungo periodo di lontananza, si rivedono per una serata al Marabù.

 

Il Marabù è una disco di provincia, dove “si può far un poco di follia”. Sono tutte tiratissime: il Benny gode di una descrizione accurata ed estesa quanto il tempo speso a prepararsi, dalla rasatura al trucco; la Pia si auto-descrive dettagliatamente; la Sylvia “è tutta un freak” e in poche battute è servita. Resta la Nanni:

 E la Nanni, be’ lei è la più ganza, è uno splendore che luccica tutto il Marabù. 

Se non fosse chiaro, la Nanni è la punta di diamante del quartetto, “la più vecchia, venticinque anni”. È lei la ganza del poker, senza dubbio: lei che “chiama” i cori dei canti nelle sbronze notturne, lei che stuzzica gli ambigui avventori del Cineteatro Lux, lei che con la Silvia parodia le prostitute conosciute nei “gruppi di autocoscienza”. Il femminismo militante delle Spalsh magnifica la prostituta come vetta di un percorso di autocoscienza, la ganza come affermazione individuale. La Nanni non perde tempo:

 La Nanni cede per prima a uno molto ganzo tutto un bel pelo rosso fuoco, alto e bello e scompare verso la pista a ballare perché han messo i lenti ed è proprio questo il momento per soppesare il partner. 

 

(SPOILER ALERT!) Quando le Splash prenderanno strade diverse, perdendosi di vista, la Nanni vivrà un’appendice d’esistenza libertina che potrebbe esserle fatale, ma Tondelli questo non lo dice. Ci racconta il corridoio della clinica e la nausea del ricordo che ricompatta le Splash ancora attorno alla Nanni.

 

Veniamo a un libro più recente: Lisario o il piacere infinito delle donne, di Antonella Cilento. Siamo nella Napoli del 1600 e la Cilento ci presenta uno dei personaggi principali:

 Avicente Iguelmano era sceso dal mulo inciampando, imbragato da mutandoni e corregge che gli erano state appioppate perché non scivolasse lungo il tragitto, l’affanno che disegnava nuvole compatte nell’aria di ghiaccio. La guarnigione che aveva seguito da Napoli – uomini violenti e stanchi, che si erano adattati alle mollezze della capitale del Viceregno sposando e stuprando donne napoletane, avvezzi al vino più che alla disciplina -, profittando della distanza del capitano rumoreggiava e fischiava prendendosi beffe del ganzo spagnolo. 

 

Il giovane catalano è alle prese con una marmaglia di fanti che lo stanno accompagnando dal loro signore. Voi riuscireste a non provare compassione per il “dottorino” ventitreenne, impacciato, provato dal viaggio, dai furti subiti al porto di Napoli? Per di più dileggiato dagli sgherri della guarnigione? Io non ci sono riuscito.

 

La Cilento sospende il giudizio e lascia che il lettore accolga Avicente. Certo, ci racconta la sua storia poco limpida, la sua ostinazione che, in un ventitreenne, potrebbe essere anche solo sanissima caparbietà. Solo per un attimo la narratrice lo colpisce:

 Era un ganzo, non lo si poteva confondere con la marmaglia, ma un ganzo vigliacco: sin dallo sbarco aveva osservato inquieto l’ombra cilestrina del Vesuvio, imbiancato dalla tormenta. 

Quel “ganzo” non me la raccontava più giusta. L’avevo giudicato con leggerezza come sinonimo di ragazzo, leggermente caratterizzato dall’etimo spagnolo del termine.

In quella parola è racchiusa l’essenza di Avicente: ostinato e cialtrone, scaltro e manipolatore. Avicente Iguelmano è uno dei personaggi più riusciti del romanzo perché la sua evoluzione è graduale, centellinata nella narrazione. Per quanto la Cilento lo odi (e si sente), fa del suo ganzo un cattivo credibile perché descrive minuziosamente l’evolversi delle sue angosce. L’ostinazione pseudo-scientifica per il sesso delle donne e la natura del loro piacere, seppur dilatata da grotteschi e mistici timori (molto secenteschi), risulta verosimile. Anche perché dall’altro lato c’è Lisario, il cui mutismo incarna un mistero inattaccabile.

 

(SPOILER ALERT!) Molto più avanti nella storia, donna Dominga, madre di Lisario:

 ”L’avevo detto io che era catalano!” urlava donna Dominga maledicendo il genero, i pugni stretti. “Una sola figlia e che dormiva sempre!” piageva. “Dormiva tanto che questo ganzo di merda l’ha potuta far sparire e nessuno se n’è accorto!” 

L’imbroglione è venuto allo scoperto e il termine ganzo, come Avicente Iguelmano, non sembra più così innocente come nelle prime pagine.

 

Ganzo è una parola bastarda che ha alle spalle una storia misteriosa e lontana. Nonostante abbia acquisito una connotazione dispregiativa attestata tra il ’600 e il ’700, cioè quella di “amante” nel senso di concubino/a, il termine giunge all’apice del suo fulgore nello slang giovanile degli anni ’70 e ’80. Il sostantivo ganzo stava per “moroso” e l’aggettivo stava per “figo“.

 

Non so come ma ci siamo disfatti di ganzo. Non saprei dire come è successo ma è successo e ora è una parola che mi aspetterei di sentire solo da sfigati harleysti cinquantenni. Ormai è talmente demodé che inizierò ad usarla.

Scrivo.me ci aveva già pensato:

 

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Rubrica: Dizionario etimologico individuale, La Palestra, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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commenti

2 Commenti

  1. Comunque in Toscana l’aggettivo “ganzo” si usa ancora tantissimo. Io poi ci sono particolarmente affezionata!

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    • Arcangelo Auletta

      Anche a me piace molto! Propongo di rilanciarlo anche nel resto d’Italia =))

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