Come NON descrivere un personaggio maschile

Come NON descrivere un personaggio maschile Illustrazione: Camilla Pintonato
«Io non ero interessante. Lui sì. Interessante…brillante…misterioso…perfetto…bellissimo…» (Twilight).

Anche se, come un perfetto Pigmalione, vi siete innamorate perdutamente del vostro personaggio, vi prego: non lo presentate così. Il rischio che si corre è fare un sorprendente strike di luoghi comuni: bel tenebroso, seduttore ma anche misogino, eroe disposto a tutto per salvare la sua Bella, di nome e di fatto (Voto: 2). Ma le strade del superlativo sono lastricate di buone intenzioni:  «Non è semplicemente bello: è la quintessenza della bellezza maschile mozzafiato, ed è qui» (Cinquanta sfumature di grigio), (Voto 0). So che Edward Cullen e Mr. Grey hanno fatto perdere la testa a milioni di donne, ma rivendico le ragioni delle poche che preferiscono Zeno Cosini o Mr. Vertigo. Come per i personaggi femminili, anche per quelli maschili, lo stereotipo è in agguato, eccone alcuni:

1 Il Don Giovanni. È un archetipo, sta a noi non renderlo stereotipo. Dal capolavoro mozartiano alle Memorie di Casanova, passando per Andrea Sperelli (Il piacere), Leo (Gli indifferenti) e Tomáš (L’insostenibile leggerezza dell’essere), l’uomo infedele e fascinoso ha attraversato trionfalmente la letteratura, tanto da poterlo definire un evergreen. Per rinverdirlo, però, dobbiamo anche cogliere il lettore alla sprovvista, inserendo insospettate novità nella figura archetipica o nell’intreccio. Tre esempi: Le ragazze di Sanfrediano di  Pratolini, in cui il protagonista Bob subisce un aggressione violenta da parte di tutte le donne che aveva sedotto; Il bell’Antonio di  Brancati, in cui il fascinoso seduttore viene disonorato, perché perde la  “virtù” che gli aveva dato fama; Il ritorno di Casanova di Schnitzler che ci presenta un Casanova con la crisi di mezz’età.

Se, invece, vogliamo riproporre il classico seduttore, o meglio il catalogatore di conquiste, studiamo il Visconte di Vermont (Le relazioni pericolose). Sublime! Ci insegnerà che la parola è la prima seduzione del dongiovanni e ci aiuterà a non scrivere un dialogo del genere: « - Perché non ti piace essere toccato? – Perché dentro ho cinquanta sfumature di tenebra». (Cinquanta sfumature di grigio). Vermont, invece, parla così: «Faccio una vita casta come quella dei frati, per quello che a Parigi si dice dei frati» e i suoi discorsi sono carezzevoli e irresistibili, perché la prima regola del dongiovanni non è essere la “quintessenza della bellezza” ma essere amorale, intelligente, ludico. Confrontarsi con questo archetipo serve allo scrittore per imparare l’arte della seduzione: come lui lo scrittore deve mentire, dilettare il proprio lettore con battute e paradossi, non saziarlo mai. E se il nostro lettore ci accantonerà per tornare dal suo autore preferito, diciamo con la grazia di Vermont: «Un marito vale l’altro; e il più ingombrante dà sempre meno fastidio di una madre» (Voto 9).  Quindi, la figura del donnaiolo impenitente non è affatto morta, ha ancora la capacità di recitare in molti romanzi; ma se proprio di un seduttore vogliamo scrivere, invochiamo dal nostro scrittoio l’anima di Vermont (e se siamo fortunate arriverà con le sembianze di John Malkovich).

2 L’intellettuale. Attenti a quest’altro stereotipo. Da Sartre a Moravia, i romanzi pullulano di signori annoiati, che trascorrono le proprie giornate a dissezionare i propri turbamenti. Non è un caso che i titoli siano poi La nausea e La noia; ma noi aspiranti scrittori corriamo il rischio di nauseare o annoiare il povero lettore, a causa della forzata inattività del nostro filosofo o poeta, che non mette in moto l’azione del romanzo. Se arriviamo al quinto capitolo del nostro romanzo e ancora non è successo nulla, ma ci sono solo le riflessioni del nostro protagonista sui motivi per cui non è più possibile rinviare il suicidio e sulle sue idee in merito al tramonto dell’Occidente, ricordiamo che perfino Lo straniero di Camus ha fatto qualcosa (qualcosa di eccessivo, lo ammetto). I romanzi devono narrano fatti; se vogliamo scrivere idee o massime, abbiamo sbagliato genere. Qual è il rimedio? C’è un unico modo efficace di sfuggire alla tipizzazione: esasperarla. Mi viene in mente un sinologo che finirà per bruciarsi nella sua immensa biblioteca: Peter Kien (Autodafé). Il personaggio di Elias Canetti è uno di quei casi in cui lo scrittore mostra una adorabile perfidia nei confronti della propria creatura (altro che brillante…misterioso…perfetto…bellissimo). Kien vive in maniacale isolamento, accarezza con sensualità solo le pagine dei suoi volumi, ma per un rocambolesco caso – chiamasi genialità della scrittura – finisce per sposare la sua ignorante donna di servizio, Therese. Impariamo da Canetti come trasformare lo stereotipo in caricatura, per poi scoprire che essa riesce magicamente a svelarci la realtà (Voto: 10 e lode).

3 L’eroe. Ivanohe è immortale. Nonostante i personaggi positivi, dai buoni sentimenti, spesso risultino meno affascinanti dei “cattivi”, l’eroe è un altro stereotipo maschile. Non solo il principe azzurro delle favole, ma molti personaggi di romanzi della guerra o della Resistenza incarnano questo modello: Robert Jordan (Per chi suona la campana), Fredric Henry (Addio alle armi) e Il partigiano Johnny dell’omonimo romanzo sono solo alcuni illustri esempi. L’antidoto al Superman perfetto e virtuoso, è stato creato mirabilmente da Italo Svevo, nella figura dell’inetto e da Robert Musil ne L’Uomo senza qualità.

Se potessi rubare due modi per tipizzare il mio personaggio, sceglierei questi:  «La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione» (La coscienza di Zeno, voto 9, per l’io narrante); «La verità è che Jay Gatsby di West Egg, Long Island, era scaturito da una concezione platonica di se stesso» (Il grande Gatsby, voto 10, con un autore esterno).

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Rubrica: La bottega dei personaggi, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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commenti

1 Comment

  1. meglio Zeno Cosini, decisamente…..

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