Esercizio: inventiamo una storia partendo da un incipit e un explicit

Esercizio: inventiamo una storia partendo da un incipit e un explicit illustrazione di Camilla Pintonato

 

Eccoci di nuovo alle prese con un esercizio di stretching per l’immaginazione. Si tratta di qualcosa di molto semplice e al contempo abbastanza difficile, cui possiamo dedicare un’ora (non di più, sennò non vale… Ok, se proprio insistete, anche un’ora e mezza). Non abbiamo che da scegliere a nostro piacimento due libri della nostra biblioteca, trascrivere la prima frase del libro A e l’ultima frase del libro B e poi… e poi inventarci la storia che collega quell’inizio a quella fine e scriverla.

Facile no? In effetti non è una bazzecola, ma – in compenso – è divertente e, posso assicurare, è un genere di esercizio che alla lunga garantisce buoni frutti.

Al lavoro, dunque!

Ho preso dalla mia biblioteca due libri: Gli inconsolabili di Kazuo Ishiguro e Dieci piccoli indiani di Agatha Christie.

La prima frase del romanzo di Agatha Christie è:

In un angolo dello scompartimento fumatori di prima classe, il signor Wargrave, giudice da poco in pensione, tirò una boccata di fumo dal sigaro e scorse con interesse le notizie politiche del “Times”. Poi depose il giornale sulle ginocchia e guardò fuori dal finestrino. Il treno correva attraverso il Somerset
 

L’ultima frase del romanzo di Ishiguro è:

Riempi quasi fino all’orlo la tazza del caffè. Poi, tenendo la tazza in una mano e il piatto stracolmo nell’altra, mi girai per tornare al mio posto.
 

Ok ora ho un’ora per “legare insieme l’incipit della Christie e l’explicit di Ishiguro: che Manitù mi assista…

Mumble .. Mumble… Ecco il risultato del ponzamento:

Una magione per due 

In un angolo dello scompartimento fumatori di prima classe, il signor Wargrave, giudice da poco in pensione, tirò una boccata di fumo dal sigaro e scorse con interesse le notizie politiche del “Times”. Poi depose il giornale sulle ginocchia e guardò fuori dal finestrino. Il treno correva attraverso il Somerset.

Era una giornata di pioggia intermittente che invitava alla lettura e a pigre riflessioni sul destino del mondo. Wargrave, era proprio intento a queste attività, assaporando con estrema voluttà le ultime boccate del suo sigaro, quando improvvisamente strabuzzò gli occhi e cominciò a tossire paonazzo.

Per fortuna era solo nello scompartimento e non ci furono testimoni alla scena che non era per nulla confacente agli usi e costumi di un giudice di Sua Maestà. Tra colpi di tosse e singulti, diversi rivoli di saliva giallastro andarono a ornare dapprima il mento impeccabilmente rasato di Wargrave e poi il rivestimento rosso scuro dei sedili della carrozza, disegnando motivi inafferrabili quanto poco eleganti.

Le poche righe che avevano turbato così violentemente il giudice erano in fondo ad un articolo sulle ultime nomine che il Foreign Office aveva effettuato non più tardi di 48 ore prima. Scoprire che un farabutto, mascalzone, depravato, privo di scrupoli come suo genero Willoughby era stato eletto per ricoprire un ruolo così delicato lo turbava all’estremo. Il fatto poi che il genero avesse per giunta quasi 40 anni meno di lui aggiungeva offesa all’ingiuria.

“Quell’impudente! Quel parassita! Quel vapido inetto! Come sarà riuscito ad arrivare così in alto e così in fretta? Dove finirà l’Impero di questo passo?”.

Nemmeno due ore dopo il giudice, giunto a Londra, si fece immediatamente portare da un taxi fino alla sede del suo club il “Jockey’s”. lasciò qualche banconota a caso nelle mani del tassista, farfugliando di tenere il resto ed entrò a passo di carica nell’’avito e prestigioso club, che da tempi immemorabili dava asilo e conforto solo alla crème della buona società britannica. Doveva fare due cose immediatamente: bere qualcosa e sfogare la rabbia che le due ore di viaggio non avevano minimamente sopito. Ordinò con fare quasi minaccioso un doppio scotch e sprofondò in una delle poltrone che avevano reso leggendario quel posto: in pelle scura, severe, imponenti, prive di fronzoli, simbolo perfetto di quel bastione del conservatorismo e della tradizione. Dopo la prima sorsata il giudice si guardò intorno alla ricerca di qualcuno nelle cui orecchie riversare tutta la sua indignazione. Ma era un’ora infelice – metà pomeriggio – per cui la fauna che popolava il club era scarsa e priva di grandi attrattive: anziani aristocratici che sonnecchiavano, e due o tre orribili parvenus alle prese coi loro traffici. Stava già disperando di poter parlare con qualcuno, quando una mano si posò sulla sua spalle e una voce ben note gli sussurrò “Qual buon vento ti porta qui a quest’ora Eustace?”. Suo genero Horace G. Willoughby in tutta la sua insopportabile arroganza era lì, pronto a pavoneggiarsi della fresca nomina, proprio con lui.

“Carissimo Horace! Sono appena tornato a Londra e ho pensato bene di fare un salto qui per lubrificare la gola”. Non era facile contenersi, ma non voleva certo essere lui a parlare della nomina, offrendogli il destro per un pavoneggiamento che non era sicuro che sarebbe stato in grado di subire senza dare in escandescenze. Sperava di riuscire a tenere lontano da sé quell’argomento che lo feriva così a fondo e così dolorosamente. “E tu, Horace, che ci fai di bello?”

“Niente di particolare, papino, un appuntamento con un amico che tarda ad arrivare”.

Non sapeva se odiava di più quando lo chiamava Eustace o quando lo chiamava papino. In entrambi i modi quella nullità – che un Fato avverso e beffardo aveva voluto che sposasse la sua adorata Etta – affermava tra loro una familiarità che lo offendeva.

“Bene bene, speriamo che non ti faccia aspettare troppo.”

“Non credo, papino. Di solito è parecchio puntuale”.

Si era ricreduto: “papino” era il peggio: univa all’insopportabile familiarità un tonoi vezzeggiativo che gli faceva venire il sangue agli occhi. Quel verme! Lo sapeva bene che aveva sposato Etta solo per questioni patrimoniali, ma lui gliela avrebbe fatta sospirare quell’eredità. Pregustava già anni, anzi decenni di un gioioso declino, nella contemplazione del genero sempre più impaziente di allungare le sue zampacce  sui suoi soldi e soprattutto su Warwick Mansion, l’imponente magione di campagna che il giudice aveva eletto a sua dimora nel Somerset, non lontano da Bath.

Proprio in quel momento nella sala ci fu un gran trambusto e un ometto in abiti elegantissimi, scortato da una coorte di altri ometti ben vestiti e affannati, si accostò loro.

“Ciao Horace, vecchio mio! Hai visto che ora finalmente cominciamo a fare le cose sul serio?”, squittì l’ometto.

Il genero con estrema cortesia gli fece un cenno e poi si rivolse al suocero: “Papino, permettimi di presentarti il mio amico Sir Reginald  Hathaway, il Foreign Secretary del nuovo governo, nonché mio compagno di bisboccia millenario”.

Il ministro Hathaway non fece tempo a porgere la mano al giudice che questo già stava scivolando paonazzo al suolo, stroncato da un rovinoso quanto subitaneo colpo apoplettico.

Le esequie erano finite da almeno un’ora. Con Etta ospitavamo la cerchia più stretta di amici a Warwick Mansion per rifocillarci dopo tutti i discorsi in chiesa e al cimitero.

Che brutta fine aveva fatto il vecchio Eustace! Guardando fuori dalle vetrate potei ammirare il meraviglioso parco in tutto il suo splendore e mi chiesi chissà cosa potesse aver provocato un così fulmineo malore, in quell’adorabile trombone del mio defuntissimo suocero.

Ma forse era destino…

Riempii quasi fino all’orlo la tazza del caffè. Poi, tenendo la tazza in una mano e il piatto stracolmo nell’altra, mi girai per tornare al mio posto.

È tutto: ci ho messo in realtà un’ora e quarto. Ora provate anche voi. Buon lavoro e alla prossima!

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Rubrica: Dove meno te l'aspetti, Top post

  • Scritto da:

  • Edoardo Brugnatelli
  • Nato nel 1956 (era presidente Gronchi). Laurea in Filosofia all’Università di Pavia. Per anni ho giocato (da brocco) a rugby. Suono male diversi strumenti a corda. Lavoro in Mondadori dal 1990: ho cominciato come redattore e ho finito per dirigere una collana (questo ci dice che c’è una speranza per tutti). Ho tre figli e un giro vita importante. Sto imparando il bergamasco.


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1 Comment

  1. Agatha Cristie è una vera “impressionista della parola”, il mio genere preferito. Riesce a coniugare un pizzico di retorica (per una volta non invasiva) con l’originalità delle descrizioni e dei dialoghi. I suoi racconti sono fluidi, piacevoli e soprattutto trasudano umanità perché sono veri, nella loro semplice crudezza ed ha un suo linguaggio che la rende distinguibile rispetto a tutti gli altri autori. Lo scrittore DI RAZZA dev’essere così: unico e inimitabile. Ho cercato di ottenere

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