Come NON descrivere un personaggio femminile

Come NON descrivere un personaggio femminile Illustrazione di Camilla Pintonato

«Madame Michel, la portinaia, mi incuriosisce molto […] Io credo che lei non sia come noi crediamo»

(Muriel Barbery, L’eleganza del riccio).

Il vostro lettore può dire la stessa cosa del vostro personaggio femminile? Siete capaci di creare un personaggio che non è affatto come sembra? Il problema di creare un personaggio è che spesso si persegue tenacemente la coerenza ed ecco allora apparire lo stereotipo. Le persone sono contradditorie, complesse, rendiamo così anche i nostri personaggi. Non creiamo la donna a una dimensione, cioè un personaggio prevedibile e monocorde, non ingabbiamo la nostra protagonista in questi cliché:

*Le Jo March (Piccole donne): l’abbiamo amata tutte (io per prima), ma leggendo troppi libri di scrittrici fa capolino la cara vecchia Jo. Le sue caratteristiche: è un maschiaccio, si compiace di non interessarsi a capelli e vestiti, è ribelle, ha sempre un libro in mano e scrive dalla mattina alla sera.

*Le Lulù (Il vaso di Pandora; Le età di Lulù): se le Jo March erano tutte intelletto e cultura, arriva lo stuolo delle signorine tutta sensualità. Come per il primo archetipo, qui non si punta l’indice contro l’originale, ma contro le sue stanche riproposizioni. Dalla settima pagina del vostro romanzo iniziate a raccontare l’iniziazione sessuale della vostra protagonista? Incontri, resoconti dettagliati, compiacimento da voyeur? Se pensate di fare scandalo, ho una brutta notizia: almeno un centinaio di personaggi femminili sono stati smaliziati quanto la vostra. Se non avete la penna della Duras o l’arte dell’ellissi di Nabokov, approderete almeno a cinquanta sfumature di qualche colore o a cento e più colpi di spazzola?

* Le Bovary: arriviamo alla madre di tutte le mogli infelici e infedeli. Mi direte: “Madame Bovary sono io”. Forse, il punto è che non siamo Flaubert e neanche Tolstoij (non ancora!). Quindi, attenzione a non cadere nello stereotipo della moglie incompresa, con l’amante dietro l’angolo, che rende la nostra scrittura più simile al pettegolezzo della nostra vicina di casa che alla tragedia di Anna Karenina.

Per sfuggire agli stereotipi, ho scelto tre divine donne della letteratura:

1 Oriane de Guermantes:

«Rivedo ancora, sopra la sua cravatta malva, morbida e gonfia, la dolce meraviglia dei suoi occhi ai quali ella aveva aggiunto, (…) un sorriso un po’ timido (…) E subito l’amai (…) I suoi occhi turchineggiavano come una pervinca impossibile da cogliere».

È la “cinciallegra”, la donna-uccello, che quando sorride, fa piovere sull’io narrante (e sul lettore) «l’acquazzone scintillante e celeste del suo sorriso». Proust crea una dea e il fatto che l’incantesimo si spezzi alla fine della Recherche ci mostra la complessità di questa figura, dalla conversazione lieta e insolente. Oriane è frivola e alla fine si rivela un’inconsistente narcisista, ma è meravigliosa. Nella vita capita di essere abbagliati da chi non ha sostanza, perché nei romanzi dovrebbe accadere l’opposto?

2 Molly Bloom – La Penelope infedele è già una contraddizione:

«poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio sì».

Al di là dell’assenza di punteggiatura, che verrebbe rinfacciata a qualsiasi aspirante scrittore, siamo capaci di rubare a Joyce la capacità di entrare nella coscienza del nostro personaggio con tale perfezione come nell’Ulisse? Se Oriane de Guermantes è involucro esterno, Molly Bloom è il nocciolo del frutto, senza scorza.

3 Mrs Dalloway;

«Si sentiva molto giovane, e al tempo stesso indicibilmente annosa. Penetrava attraverso la vita come una lama di coltello; e al tempo stesso restava al di fuori, spettatrice. Aveva la perpetua sensazione, mentre guardava i taxi, di essere sola e lontana, lontana in alto mare e tutta sola, né mai l’abbandonava lo sgomento di quanto fosse pericoloso vivere anche un giorno soltanto» (La Signora Dalloway).

Virginia Woolf lascia che sia il vicino di casa a “farci vedere” con i suoi occhi Clarissa Dalloway: una donna di 50 anni, paragonata ad una ghiandaia grigio-azzurra, un po’ pallida per la malattia. Impariamo da lei a fare della nostra eroina essenzialmente una sensibilità, una carta assorbente dei colori e degli umori della realtà che la circonda. Se riusciamo a creare un occhio vivido come quello della Dalloway all’interno del nostro racconto, abbiamo fatto entrare il lettore dentro la nostra storia e possiamo chiuderlo dentro.

Inoltre, io ricordo una vecchietta sorprendente, di nome Miss Marple. Anche lì, la scommessa di sfuggire lo stereotipo è riuscito: chi, prima di Agatha Christie, avrebbe immaginato un detective che sferruzza, con la mantellina e i capelli bianchi? Torniamo a Madame Michel con cui abbiamo cominciato: è una portinaia sciatta, che fa di tutto per rappresentare uno stereotipo. Proprio per questo, non lo è: è una donna colta, di fine intuizione. Lei ha l’eleganza del riccio. E il vostro personaggio che eleganza ha?

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Rubrica: La bottega dei personaggi

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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