Il lettore spettatore: letteratura e cinema

Il lettore spettatore: letteratura e cinema Illustrazione: Marco Piunti

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti [...] Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte [...] Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio…”

Si tratta dell’incipit dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, come avrete certamente capito, e forse leggendo vi sarete sorpresi a immaginare paesaggi scorrere e dissolversi allo sguardo, come davanti a uno schermo cinematografico, tra zoom e vedute d’insieme. Per un attimo avete abbandonato il vostro status di lettore e vi siete trasformati in spettatori.

Quello che avete letto tuttavia è un estratto da un romanzo dell’Ottocento, pubblicato quando ancora il cinema non esisteva. Ma la letteratura già proponeva sue diverse declinazioni della “messa in scena” certamente influenzata dal clima culturale e dalle rivoluzioni in ambito-tecnico scientifico. In seguito, tra sintesi narrativa, simultaneità delle azioni e pensiero in immagini, i due campi – letterario e cinematografico – hanno finito per incrociare le loro strade in più punti. Questi incroci sono finiti in diversi campi di studio: estetico-letterario, estetico-filmologico, semiologico, linguistico, storico, solo per rendere conto della complessità dell’argomento.

Ogni autore dovrebbe pensare a come costruire il suo sguardo sulla pagina, capire da che tipo di immagini viene influenzato e quale realtà vuole riflettere.

All’inizio del Novecento, gli scrittori guardarono al grande schermo con distacco. Ben presto però si avvicinarono a quel mondo, che sembrava creato appositamente per ospitare storie e tramutare la finzione in realtà, sembrava essere simile al loro. Nel 1915 Luigi Pirandello, che pure lavorò per l’industria cinematografica, nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore accostò la vita e la letteratura al cinema, sulla base della loro comunanza meccanicistica, strutturale. Ci pare di vedere una pellicola girare impazzita nella macchina da presa quando leggiamo le parole:

“… mi domando se veramente tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno sempre più si còmplica e s’accèlera, non abbia ridotto l’umanità in tale stato di follia, che presto proromperà frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto”.

È uno scenario non certo positivo quello che Pirandello ci srotola davanti agli occhi eppure già così vicino per temi e struttura allo sguardo di quello che sarebbe stato poi definito Occhio del Novecento.

Verga, D’Annunzio, Gozzano e moltissimi altri collaborarono alla realizzazione di sceneggiature per il cinema, chi con esaltazione, chi con disagio. Tutti comunque attirati dalla nuova realtà. Negli anni si creò un dibattito che coinvolse intellettuali come Sciascia, Italo Calvino, Cesare Zavattini e le discussioni sulla cinematografia iniziarono a correre in parallelo a quelle letterarie, in una storia lunga cent’anni, fatta di reciproche influenze e scottature. Zavattini è noto anche per aver messo in discussione il ricorso al romanzo nel cinema, proponendo un nuovo “immaginario cinematografico”, fondato sulla cronaca del presente e della storia. Giorgio Bassani affermò che:

“Il linguaggio cinematografico, che ha il proprio fondamento nell’immagine visiva, non ha alcun rapporto con il linguaggio letterario”.

La differenza principale tra i due modi di fare narrativa potrebbe essere che il cinema mostra in un eterno presente la storia, mentre la letteratura – inevitabilmente frutto di una rimembranza anche quando si esprime al presente – può “solamente” evocare. L’immaginazione del lettore, se ben guidata, è in grado comunque di colmare il salto che la separa dall’immagine.

Oggi sappiamo che il background creativo di uno scrittore va ricercato in diversi contesti, non solo quello letterario, ma anche e soprattutto nel mondo d’immagini che ci circonda ogni giorno. Il rotocalco, il fumetto, le riviste, la pubblicità e internet in tempi più recenti, hanno radicalizzato questa ricerca già influenzata dal cinema. Nonostante le profonde trasformazioni nella produzione e nel consumo, la letteratura ha continuato a ispirarsi alla cinematografia e viceversa. Alcune tecniche narrative migrano di continuo da un mondo all’altro: pensiamo all’ormai consolidata tecnica del flashback, al parallelo che è possibile instaurare tra il montaggio cinematografico e la struttura e il ritmo del romanzo; tra il punto di vista, la focalizzazione narrativa e i movimenti di macchina.

Così vediamo planare la telecamera su quel ramo del lago di Como, la vediamo zigzagare qua e là per le stradine, inquadrare dal basso pezzi di cielo. Succede perché la punteggiatura, l’accostamento delle frasi, il progressivo avvicinarsi ai particolari è in grado di costruire per noi un quadro in prospettiva e in movimento. Con il solo uso delle parole.

E se analizziamo testi successivi a quello di Manzoni come i romanzi di David Forster Wallace, Francesco Piccolo, Don Winslow, Cesare Pavese, Antonio Tabucchi (facendo solo qualche nome sparso e senza particolare criterio) possiamo ancora ritrovare dei meccanismi che appartengono allo schermo: salti temporali, scene giustapposte, slittamento della focalizzazione.

Fino a dove arriva oggi l’influenza del cinema sulla letteratura? A voi il compito di ritrovare nei romanzi che leggete e scrivete la risposta.

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Rubrica: Sulle spalle dei giganti

  • Scritto da:

  • Rossella Monaco
  • Rossella Monaco, classe 1986, scrittrice e traduttrice di autori inglesi e americani. Titolare dell’agenzia letteraria La Matita Rossa; ha diretto una collana di libri tradotti. Tiene corsi di Creative Writing e di traduzione in aula e online. Ha tradotto e curato la pubblicazione di opere di Charles Dickens, Elizabeth Gaskell e Francis Scott Fitzgerald per diverse realtà editoriali italiane. Spera di guarire presto dalla malattia della gioventù.


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1 Comment

  1. Bello. È curioso pensare che l’intreccio tra letteratura e cinema sia iniziato ancora prima dell’invenzione del cinema. Credo che l’influenza tra le due arti sia inevitabile e produca anche effetti positivi. Certo, il cinema senza la letteratura non esisterebbe o quasi, viceversa la scrittura vivrebbe comunque. Comunque è bello e necessario che le diverse arti sappiano comunicare tra di loro. Usato bene, ogni contatto è un arricchimento. Il limite, secondo me, è solo che spesso si confonde l’influenza con la corrispondenza diretta. Si sente spesso dire «Brutto film. Nel libro quel personaggio non c’era» oppure «nel libro non faceva quella cosa, ma quell’altra», ma è inevitabile che ci siano differenze fra forme d’arte differenti e che ogni narrazione necessiti di un adattamento utile al tipo di forma che si utilizza. Quindi viva le influenze tra cinema e letteratura, ricordandosi però che si tratta di forme non sovrapponibili.

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