La d eufonica: cosa potrebbe capitarti se la usi in maniera avventata

La d eufonica: cosa potrebbe capitarti se la usi in maniera avventata Illustrazione: Marco Piunti

La questione è questa: quando la preposizione “a” o le congiunzioni “o” ed “e” precedono una parola che inizia per vocale, si aggiunge una “d” con una mera funzione fonica per evitare la cacofonia di due vocali che si susseguono (lo iato). Ecco l’eufonia, dal greco “bel suono”. Questa regola generale è decisamente arcaica e, di massima, ormai vale la regola che la “d” vada utilizzata esclusivamente nel caso in cui si incontrino due vocali identiche: ad andare, ed ecco (l’esempio con la “od” ce lo risparmiamo per la gioia del nostro senso estetico).

 

L’uso forzato della “d” ogni volta che si incontrano due vocali non identiche, suona quindi inelegante perché tende ad appesantire la catena fonica. Ovviamente esistono delle eccezioni, ovvero locuzioni cristallizzate nell’uso: ad esempio, ad eccezione, tu ed io. Sembra facile ma il punto è che le eccezioni sono più di queste e altrettante le situazioni limite. Esempio: davanti all’aggettivo “ogni” non userei la “d” ma nella locuzione “ad ogni modo” mi sentirei stupido a non farlo. Nel parlato, poi, ne facciamo largo uso senza badarci ma ciò non vuol dire che possiamo usare la “d” eufonica analogamente nello scritto. In fin dei conti è una questione di sensibilità ed eleganza.

 

Quando si parla di ortografia pulita, sintassi ordinata e quant’altro, spesso si parla di eleganza. L’analogia con il portamento, la moda o il bon ton è immediata, automatica, ovvia, banale. Ed ecco che partono le metafore: scrivere un’ e-mail correttamente è come essere ben vestiti e bla bla non andreste mai a un colloquio in mutande e canottiera e bla bla io sto molto attento alla punteggiatura quanto alla fantasia dei miei calzini.

Non sia mai detto che io non cavalchi una sequela di inutili banalità.

 

State andando a un appuntamento. Vi siete conosciuti venerdì sera in un locale rumoroso e affollato. Vi siete piaciuti. Vi siete invitati a bere un caffè di domenica mattina. Fantastico. Il giorno dell’appuntamento è un po’ come se doveste dare la prima impressione. Vi acchittate (trad. it. “mettersi in tiro; prepararsi a colpire”) e fingete di non averlo fatto, ma soprattutto usate una quantità di profumo molesta per questo emisfero e l’altro. Sembrate artefatti come manichini ma non altrettanto belli. Ad ogni modo, vi sentite sfolgoranti: è una splendida mattina, la metro è puntuale e avete rimorchiato.

 

Eppure, nonostante vi siate guardati allo specchio per un’ora e mezza, qualcosa è sfuggito al vostro controllo. Credevate di aver previsto tutto, di esservi osservati minuziosamente ma non è così. Impressa dietro la vostra testa c’è inequivocabilmente la forma del cuscino con tanto di marca. Il risultato è che dal davanti siete (più o meno) fighissimi e da dietro sembrate pazzi.

 

Arrivate all’appuntamento e le possibilità sono molteplici:

a) lei non è così attenta da notare questo dettaglio;

b) lei lo noterà e penserà che una pettinata come si deve ve la sareste potuta dare ma ha ancora il dubbio che siate belli dentro;

c) lei si alzerà e vi pianterà in asso lì…anzi vi prenderà a borsettate e scapperà urlando.

 

Ok, diciamo che questo è quanto potrebbe capitarvi se usaste in maniera avventata la “d” eufonica:

a) non avete a che fare con una persona che conosce in maniera così raffinata l’ortografia;

b) avete a che fare con una persona colta o che probabilmente lavora con la scrittura;

c) avete sicuramente a che fare con una persona che ha a che fare con la comunicazione o con la scrittura e che in più ha preso così a cuore la questione della “d” eufonica da trasformarsi in una specie di Dredd-la-legge-sono-io dell’ortografia.

 

Se la gran parte delle questioni grammaticali rispondono a una logica, nel caso della “d” eufonica è una questione di sensibilità. Spesso la utilizziamo con leggerezza perché non sentiamo la cacofonia. Non ci accorgiamo che potremmo farne a meno. L’atteggiamento contrario, ergo la castrazione assoluta della d, mi sembra un ingiustificato ipercorrettismo.

 

Lasciate che le parole vi risuonino nella testa. Se sentite che potete farne a meno, allora è meglio che lasciate la “d” a casa. Ma se non potete rinunciarvi, allora usatela pure. Badate che vi mettete nella posizione del tifoso in trasferta. State facendo una passeggiata in città prima della partita: non è scontato che vi prendano a calci ma potrebbe anche capitare.

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Rubrica: Pignolerie, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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commenti

5 Commenti

  1. Splendido modo per interpretare l’annosa questione delle eufoniche! Condivido l’articolo, se mi è permesso.

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    • Arcangelo Auletta

      Permesso accordato: ti cedo anche i diritti per la realizzazione del film.
      Grazie!

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  2. Troppo forte. Mi piace molto quando dici di lasciare le parole suonare in testa.Bravo, bravisssimo.
    Tania

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    • Arcangelo Auletta

      Crazie! Però se senti le voci nel cervello potrebbe (dico: potrebbe, eh!) non essere un problema di eufonia. =)

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  3. E’ proprio vero!
    E’ possibile indossare un bel completo lasciando la cravatta nell’armadio?
    E’ possibile indossare un cravatta che risalti sul completo?
    Certo è possibile, ma sicuramente non elegante.

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