Come scegliere il nome di un personaggio

Come scegliere il nome di un personaggio Illustrazione: Marco Piunti

«Mi chiamo Bond, James Bond».

Il vostro personaggio sa presentarsi con la stessa sicurezza? Certo, avere la faccia di Sean Connery aiuta, ma pensate se avesse detto: «Mi chiamo Bean, Mr. Bean» – tutta un’altra storia. Siamo arrivati al momento del battesimo e non prendiamolo sotto gamba; i latini dicevano Nomen est omen e in effetti nel nome del nostro personaggio sta racchiusa magicamente la sua essenza. Roland Barthes sosteneva che la riuscita di un romanzo dipende dalla sua onomastica e penso che ogni scrittore dovrebbe fare tesoro di quanto il semiologo ha detto sulla forza evocativa del nome e sulla sua capacità di produrre il desiderio nel lettore.

Basta navigare in rete, del resto, per reperire ottimi consigli per aspiranti scrittori sulla questione cruciale della scelta dei nomi. Segnalo due luoghi in cui la riflessione è strutturata in modo completo ed efficace: un bel post di Vibrisse in cui Giulio Mozzi ci guida in modo esemplare a districarci tra nomi troppo comuni e nomi roboanti, tenendo in dovuta considerazione l’ambientazione geografica del romanzo e la sua dimensione storica. Altra miniera di consigli la trovate su Penna blu (ricordate? Ne avevamo parlato qui), in cui Daniele Imperi fornisce un elenco di siti in cui è possibile documentarsi su nomi e cognomi, loro diffusione geografica, nomi adatti per un romanzo fantasy.

Prima di decidere il tipo di nome che vogliamo dare al nostro personaggio, dobbiamo capire che tipo di romanzo abbiamo scritto; con procedimento inverso, il lettore potrà capire anche dal nome dei personaggi che tipo di romanzo sta leggendo. Se incontriamo un personaggio che si chiama Qfwfq (Le cosmicomiche di Calvino) non pensiamo di trovarci in un’opera di neorealismo. Facciamo in modo che anche nel nome dei nostri protagonisti il lettore sia chiamato in causa, interpelliamolo anche con una sorta di gioco di enigmistica. Personalmente è la strategia che prediligo. Il maestro indiscusso è Umberto Eco, che sfida il suo lettore alla caccia al significato dei nomi dei suoi personaggi: il bibliotecario cieco de Il nome della rosa lo chiama Jorge (chiaro il riferimento a Borges e alla sua Biblioteca di Babele) e il protagonista è Guglielmo da Baskerville, in cui si addensano due richiami: Guglielmo da Occam più Sherlock Holmes (dal romanzo Il mastino di Baskerville); mentre il protagonista de Il pendolo di Foucault si chiama Jacopo Belbo e il cognome ci rimanda subito a Pavese (nato a S. Stefano Belbo).

Gli stessi giochi li amava fare anche Pirandello - basti pensare a Serafino Gubbio dalle chiare ascendenze caratteriali francescane – e Camilleri, il cui personaggio più celebre “ruba” il nome allo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán; per i nomi femminili, la stessa Lucia manzoniana esprime chiaramente la sua funzione all’interno del romanzo, portatrice della luce della fede, e la ragazza che in Bianca come il latte, rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia modifica la visione della vita del protagonista maschile, che lo induce a migliorarsi, si chiama Beatrice.

Inserire i propri personaggi in un gioco di rimandi è creare un intrigante gioco di specchi, purché lo si sappia fare con intelligenza: se scriviamo una storia d’amore e chiamiamo i protagonisti Romeo e Giulietta, non alludiamo a nulla, siamo semplicemente privi di risorse. Il richiamo può anche essere contraddittorio, creando un effetto comico: un esempio? Il sacerdote de Il Gattopardo, quello a cui è affidata la fede della famiglia Salina e, quindi, la salvezza delle loro anime, si chiama come il più grande filosofo scettico: Pirrone. Come dire che l’epoca della fede è definitivamente tramontata.

Insomma, i nomi possono (ed io direi devono) dire molto di più di uno stato anagrafico, a meno che non facciamo una scelta opposta: la mancanza di nome. Anche qui abbiamo illustri predecessori: a partire dall’Innominato, passando per Coi baffi e Senza Baffi di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini e arrivando a La cognizione del dolore di Gadda, dove la madre del protagonista viene sempre designata col nome di Signora o la Madre. Usiamo prudenza con questo metodo perché, citando Mozzi, «l’attributo del personaggio diventa come un nome parlante, anzi di più: diventa un nome allegorico. E va trattato con le opportune cautele, perché un personaggio con una componente allegorica rischia sempre di risultare schematico, banale o ideologico». Lo stesso dicasi per la scelta, di kafkiana memoria, di designare un personaggio con una sola lettera dell’alfabeto: un’eventuale silenzio sul nome intero del nostro personaggio trova senso solo in un contesto, altrimenti resta un’incomprensibile vezzo. Che lo si scelga all’inizio o alla fine della propria creazione, che lo si cambi in corso d’opera, non dimentichiamo che, cito ancora Roland Barthes, «nel nome il testo gioca la mossa vincente della sua partita».

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Rubrica: La bottega dei personaggi

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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