Pierre Lemaitre: “Ogni romanzo è un invito a ballare”

Pierre Lemaitre: “Ogni romanzo è un invito a ballare” Ci rivediamo lassù, di Pierre Lemaitre (Mondadori, particolare della copertina)
Oggi faccio un po’ di conversazione con Pierre Lemaitre, un signore che per molto tempo ha insegnato letteratura e adesso scrive ottimi libri.  Il suo ultimo romanzo, Ci rivediamo lassù, col quale ha appena vinto il Premio Goncourt, è fatto di tante cose bellissime: una vera festa per chi lo legge.

Caro Lemaitre, tra i tanti elementi che ho amato molto del suo libro ci sono i personaggi. Le vorrei chiedere in particolare qualcosa su due di loro. Con il capitano Pradelle abbiamo un cattivo “classico”, che riesce facile odiare fin dalle prime righe e che ci spinge a girare una pagina dopo l’altra nella speranza di vederlo finalmente punito. Un personaggio di solito è un cocktail di elementi letterari e di esperienze personali. Da quali altri cattivi della letteratura passata ha tratto ispirazione?

'Ci rivediamo lassù', di Pierre Lemaitre

‘Ci rivediamo lassù’, di Pierre Lemaitre

Allora, parlando di Pradelle, il primo riferimento letterario al quale mi sono ispirato è stato il poliziotto che troviamo nei Miserabili di Victor Hugo, quello che si chiama Javert e che insegue Jean Valjean.
 E’ un personaggio molto cattivo, un uomo che ha cominciato la sua carriera lavorando presso un istituto per i lavori forzati, un luogo molto vicino all’inferno. E’ una persona crudele, estremamente cattiva. Avevo voglia, anzi avevo bisogno di un vero “cattivo classico”, come lei ha appena detto. La ragione di questa necessità è anche di natura tecnica: questo perché in un romanzo una buona storia si costruisce come il risultato di un’opposizione tra due forze contrastanti.
 Prendiamo l’esempio di Romeo e Giulietta, ebbene, i due ragazzi si vogliono sposare e i loro genitori vogliono impedirlo: opposizione. Jean Valjean vuole fuggire dalla giustizia ma la giustizia vuole incastrarlo: opposizione. La stessa cosa accade nel Conte di Montecristo. 
Per dirla in poche parole, per avere una storia ci vogliono degli antagonismi, delle contrapposizioni, dei contrasti. Quindi avevo bisogno di un vero cattivo che incarnasse la difficoltà che i miei personaggi incontreranno e con la quale si misureranno.
Dal lato tecnico, mi sono ispirato a un romanziere inglese che si chiama Edward Morgan Forster, l’autore di Passaggio in India e Camera con vista. 
Forster ci spiega che in letteratura esistono due tipi di personaggi: il primo gruppo è composto dai cosiddetti personaggi “flat” (piani) e il secondo da personaggi che potremmo chiamare “round”, intendendo con questo dei personaggi “in rilievo”. Dunque, il personaggio “piatto” è in sostanza riducibile ad uno slogan, a un motto che il lettore riesce a comprendere abbastanza in fretta. Javert è questo: “voglio fermare Jean Valjean”. Pradelle è: “voglio tornare ad essere ricco”.
 Il vantaggio di questo genere di personaggio è che risulta molto economico sul piano narrativo: una volta che l’autore l’ha presentato e che il lettore ha capito come funziona, come si muove, l’autore potrà tornare sulla scena attivando nel lettore tutta una serie di immagini e situazioni già impresse e ad esso collegate. Dopo 80 pagine mi basta scrivere: “Pradelle è entrato nella stanza” perché il lettore abbia paura; ecco questo è molto economico sul piano narrativo ma anche molto efficace perché incarna una forte opposizione. E una buona opposizione farà nascere una buona storia. Per rispondere alla questione da un punto di vista tecnico – visto che ci troviamo all’interno di un sito nel quale si discute proprio delle tecniche di scrittura -, io dico agli autori: “concentratevi e ponetevi sempre la seguente domanda: il mio romanzo è il risultato di quale opposizione?” Se non riuscite a trovare una forte opposizione, la storia non funzionerà. Pradelle risponde ad una necessità di economia. Se non avessi un Pradelle – quello che voi avete definito un “cattivo classico” – il mio romanzo avrebbe 300 pagine in più.
Chiedo scusa per questa lunga “tirata”, ma si tratta di questioni che mi appassionano molto.

L’altro personaggio che mi ha colpito è Merlin: incarna dei valori repubblicani ma puzza ed è trasandato, è virtuoso ma infrequentabile. In una intervista lei dice che “non le piacerebbe molto prender un caffè con lui”. Come ha creato Merlin?

Come avete già intuito, buona parte del mio lavoro di scrittore consiste in un grande omaggio alla letteratura. Merlin è un personaggio che ho costruito traendo ispirazione da un romanziere francese che mi piace molto, uno scrittore del XX secolo che si chiama Louis Guilloux. Sto parlando di un romanzo che s’intitola Sangue nero. Ecco, lì dentro c’è un personaggio che si chiama Merlin – ho voluto conservare il cognome del personaggio, cambiandogli solo il nome, proprio per rendere a Guilloux un omaggio che fosse ben chiaro ed evidente.
Il personaggio, nel romanzo di Guilloux, è un professore di filosofia. Nel romanzo si racconta una giornata in particolare del professore – la storia è ambientata in una cittadina della provincia francese durante la guerra del 1914 – , il professore è alle prese con fatti che cambieranno irreversibilmente la sua vita; precipiterà nell’orrore. 
Mi sono ispirato alle caratteristiche fisiche del personaggio di Louis Guilloux, a differenza del carattere – perché quello l’ho completamente cambiato, adattato e modificato. Infatti Merlin è un mix, un miscuglio tra il personaggio che prendo in prestito da Guilloux (e che ringrazio alla fine del libro, per lealtà non nascondo la mia fonte d’ispirazione), e di cui avevo bisogno, e ciò che gli assegno io stesso, e che come ha detto lei prima lo fa diventare “l’uomo che rappresenta i valori della Repubblica”. In qualche modo, in questa storia, Merlin diventerà il giustiziere.

Nelle prime pagine del romanzo lei gioca letteralmente al gatto col topo coi suoi lettori. Prima dice che Albert è morto e poi che Edouard non disegnerà più. Il resto del romanzo si impernia sul fatto che Albert vive e Edouard tornerà a modo suo a disegnare. Perché questa scelta di strategia narrativa?

Io cerco di allacciare con il mio lettore un rapporto di complicità. Cos’è, in fin dei conti, un romanzo? E’ un invito. Vi va di ballare? Se il lettore accetta di danzare allora sono io che scelgo la musica. Ho appena proposto il tipo di musica e ora dico: “vi va di ballare con me?” Dal momento in cui io e il lettore iniziamo a danzare, e si decide di accettare le regole e le convenzioni che regolano il ballo, a partire da questo momento mi è praticamente impossibile resistere alla tentazione di giocare con le emozioni del lettore, di muovermi rispetto alle sue aspettative. Francamente, concluso il primo capitolo, che si chiude proprio sulla morte dell’eroe, sarebbe stato impossibile – per qualunque autore – resistere al piacere di muoversi sulla base di questa premessa. La frase: “Albert è appena morto”, ecco, quando l’ho scritta mi sono subito detto: “cavoli, questa è proprio un’ottima idea!”. Ora che è morto iniziano i problemi veri, perché un eroe protagonista che muore alla pagina 60 crea non poche complicazioni, però è una cosa così inattesa che in qualche modo ci sembra più vera: “l’inatteso” in qualche misura diventa “il vero”. Per qualche secondo il cuore di quest’uomo si è fermato e quindi eccoci di fronte alla tipica situazione disperata in cui si giunge sul luogo dell’incidente e si attende l’arrivo dei pompieri; si cerca di rianimare il soggetto, abbiamo pochi minuti per farlo, e insomma sono davvero pochi i minuti a disposizione e quindi in qualche modo questi minuti diventano un po’ “miracolosi”, ma non meno prodigiosi nel mio libro rispetto a quanto lo sarebbero nella vita.
Quindi c’è proprio la tentazione di giocare con il piacere del lettore. Mi piace stringere con il lettore un patto molto stretto: tutto il piacere della scrittura per quanto mi riguarda deriva da lì.
Quindi sì, lei ha ragione: lui non disegna, non disegnerà più, e poi cinquanta pagine dopo si rimette a disegnare la testa del cavallo e allora io mi dico: “aveva detto che non avrebbe mai più disegnato mentre ora sta disegnando di nuovo quindi ora dirà che non ridisegnerà più”. Quindi finisce di disegnare il cavallo e il suo compagno gli dirà: “ah che bello, il cavallo!” allora Edouard appoggia il foglio e dice:  “ora ho finito, non disegnerò mai più. L’ho fatto solo per te”. Quindi c’è anche molto il piacere di raccontare una storia non avendo la più pallida idea di quello che succederà dopo.

In che modo la sua esperienza di sceneggiatore influenza la sua scrittura da romanziere?

La sceneggiatura risponde a norme di scrittura molto vicine alla mia concezione di letteratura e al tipo di romanzi che ho voglia di scrivere.
 La sceneggiatura ci insegna a condensare il romanzo attorno ad un’azione principale e ci dissuade dalle tentazioni di derivare, di raccontare aneddoti paralleli. La tecnica della sceneggiatura è una sorta di disciplina narrativa molto utile perché capace di richiamarci costantemente all’ordine, facendoci ricordare che se è vero che l’autore deve procurarsi un piacere nello scrivere, è anche vero che la scrittura si deve poter tradurre in emozioni presso il lettore. Le tecniche di scrittura cinematografiche sono quindi, a mio parere, molto utili.

Lei ha detto:

Vengo dalla letteratura di genere, il romanzo poliziesco si basa su dei savoirs-faire che gli sono specifici, ormai essi fanno parte del metodo del mio lavoro per cui non c’è ragione che, cambiando genere, io debba cambiare completamente le mie attitudini letterarie. 

Mi racconta qualcosa di questi savoirs-faire?

Ho imparato molto dai romanzi “non riusciti”. I cattivi romanzi mi hanno insegnato un sacco di cose; parlo di quelli che io penso siano brutti romanzi. Quando parlo di romanzi polizieschi “non riusciti” mi riferisco a quei romanzi in cui la storia, la “‘meccanica della storia” si prende tutto lo spazio, troppo spazio. In altri termini, si tratta di storie meccanicamente molto ben oliate, che funzionano molto bene, storie in cui avremo molti indizi, false piste. La storia risulterà perfetta ma ecco che non ci parla di nessuno, in poche parole la storia divora i proprio personaggi. E i romanzi polizieschi che secondo me sono degli ottimi romanzi polizieschi sono fatti così: che prima di tutto il personaggio esiste, perché è lui il vettore dell’emozione per il lettore, mentre la storia rimane in qualche modo al servizio del personaggio e mai il contrario. Per esempio, ed è solo un esempio: sono rimasto fedele a questa lezione che ho attinto dal romanzo poliziesco. In questo genere di romanzo, ciò che conta prima di tutto è la forza dei personaggi. Sono convinto di una cosa: dei buoni personaggi riescono sempre a costruire una buona storia, ma una buona storia non riesce per forza a fabbricare dei buoni personaggi. Quello che piacerà al lettore, quello che sarà importante per lui, e quindi anche per l’autore che scrive per il lettore è il personaggio, perché è lui che veicola delle emozioni e che descrive e cerca di far comprendere al lettore il mondo che il narratore vorrebbe comunicare.

Posso ringraziarla da lettore per le ore meravigliose che ha regalato a me e tantissimi altri?

Ho l’abitudine di ringraziare a mia volta i miei lettori.

Parole chiave: #, #

Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Edoardo Brugnatelli
  • Nato nel 1956 (era presidente Gronchi). Laurea in Filosofia all’Università di Pavia. Per anni ho giocato (da brocco) a rugby. Suono male diversi strumenti a corda. Lavoro in Mondadori dal 1990: ho cominciato come redattore e ho finito per dirigere una collana (questo ci dice che c’è una speranza per tutti). Ho tre figli e un giro vita importante. Sto imparando il bergamasco.


Commenta su Facebook

commenti

Email
Print