Illustrazione: la promozione di sé secondo Olimpia Zagnoli

Illustrazione: la promozione di sé secondo Olimpia Zagnoli Olimpia Zagnoli copertina per American Illustration annual 30

Siamo ancora qui a chiacchierare con una grande illustratrice italiana, Olimpia Zagnoli. Nel post precedente Olimpia ci aveva raccontato le tappe della professione, e le difficoltà degli inizi. Oggi invece ci parla dell’autopromozione.

Il mondo è difficile, molto grande, pieno di professionisti bravi che fanno benissimo il loro lavoro e magari pure il tuo, perciò ci si pone davvero in una dimensione di necessità. Se domanda esistenziale ha da porsi è forse: ma per me farlo come mestiere e fare proprio questo mestiere è davvero necessario? E se lo credo tale, sono disposto a muovermi e spostare le mie convinzioni e prevenzioni al punto da raggiungere il risultato che mi sono posto come obiettivo?

 

olimpia-zagnoli-2“Il mio secondo punto di svolta è stato, a quel punto, l’esperienza newyorchese. Ci sono andata da turista, come sempre, facendo colloqui di lavoro se li avessi trovati. Avevo un’email dell’art del New York Times dell’epoca, Brian Rea, anche lui illustratore oltretutto, e gli ho scritto se, stando in città una settimana, ci fosse una possibilità di colloquio di 5 minuti. Mi ha risposto in mezzora dicendomi sì, il giorno e l’orario. Una grande emozione sia il modo sia il trovarmi nel palazzo del NYT, il tempio inviolabile dei creativi, con la guardia alla reception che mi chiedeva ogni tipo di documento, credenziale, numero di telefono di Rea (che non avevo). Arrivo su, faccio il mio colloquio con portfolio, uno scambio molto veloce e normale, nulla di che. Dopo qualche settimana mi è arrivata la prima commissione, un classico piccolo disegno in b/n, ma ero al NYT: uno shock per la tempistica, per l’orario da gestire, organizzarsi tutto in modo diverso.”

 

“Questo approccio lineare, fluido, pragmatico degli USA mi è rimasto così impresso che vi sono poi tornata spesso e ho allacciato altri rapporti di lavoro, finché non ho iniziato ad avere clienti frequenti o ne ho sperimentati di nuovi. Ora che ho meno necessità di cercarmi i clienti giorno per giorno e guardando agli anni in cui lo facevo, mi rendo conto che era un doppio lavoro, mandare dalle 20 alle 30 email alle persone che avevi scoperto, magari perché un tuo collega aveva lavorato con loro, ne avevamo parlato, avevo ricevuto il contatto o lo avevo cercato. Mi incuriosiva vedere non solo la nicchia dell’illustrazione, le pubblicazioni nuove, di tendenza, realtà indipendenti, auto-pubblicazione, mostre, gallerie, persone del mondo dei video, musica, animazione, una rete ampia di riferimenti”.

 

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“A questo punto, un’altra tappa necessaria quando si pensa di lavorare al di fuori dell’Italia: l’agente.
Ai tempi dello IED, Annalaura Cantone mi disse: è utile un agente solo dopo che avete imparato da soli come si trova e si gestisce una rete di lavoro. L’agente è ottimo per la gestione successiva, consapevole. Perché va pagato e non è la panacea. A me sembrava fantascienza allora, pensavo: figuriamoci, chi mi prenderà mai. Quindi ho seguito il mio percorso solitario e nella fase newyorchese mi è capitato di incontrare un’agenzia giapponese, la CWC; incuriosita da questa apertura col Giappone ho voluto fare un tentativo, ma dopo un anno non avevo ricevuto un solo lavoro. I nostri mondi estetici non si incontravano proprio, loro avevano tutto un mondo di donnine, alberelli ecc. e non dialogavamo. Se questo era avere un agente, proprio non faceva per me. Avevo anche abbassato la guardia pensando che tanto della promozione se ne sarebbero occupati loro. Sono rimasta delusa, ho chiuso il contratto alla scadenza e ho ripreso da sola. Dopo un po’ mi è arrivata una proposta dagli USA e dalla Francia, superata la titubanza e dopo aver potuto parlare con i loro artisti per farmi un’idea, ho accettato.”

 

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“Nel caso americano, l’agente è stato positivo per i clienti più grossi, le agenzie, le aziende, i lavori di pubblicità soprattutto con i quali è quasi impossibile venire in contatto da soli per le diverse catene di responsabilità piramidali e orizzontali che hanno all’interno. Troppe persone coinvolte. Per l’editoria, quasi sempre i lavori sarebbero arrivati direttamente a me, senza il tramite dell’agente, quindi forse potevo farne a meno. Per la Francia, nessun dubbio che sia stato indispensabile l’agente, sia perché non conosco il francese, sia perché quel mercato mi risultava più chiuso, meno permeabile. Faccio magari meno lavori che negli Usa o in Italia, ma di solito molto belli e che mi appagano.”

 

“Non mando quasi mai email di presentazione ora, se non proprio in rari casi; la mia autopromozione ora è basata sull’aggiornamento all’agente sui lavori che faccio, soprattutto con Facebook per l’Italia, perché da noi è un mezzo più usato per il lavoro (molto meno negli USA) e con Twitter per l’estero, più diffuso nel mercato americano; Instagram è divertente, ti mette in contatto con persone non del settore ma che poi si possono rivelare interessate al mio lavoro, ho fatto collaborazioni con case di moda in questo caso. Questi sono i canali principali che uso; mi spiace invece non fare abbastanza materiale stampato, auto-pubblicazioni, che invece ricevo volentieri da colleghi o altri artisti. È una dinamica un po’ impegnativa, ci vuole tempo e dedizione, occuparsi della stampa, della spedizione, porta via molte energie. Un secondo lavoro, che però invidio a chi lo fa e come lo realizzano.”

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Olimpia Zagnoli Clodomiro series – Welcome to the Giungla, 100% slim scarf per lo shop on line

“Più l’artista ha un suo stile, più mi diverte vedere le declinazioni sul materiale promozionale. La mia produzione di oggetti, invece, è un progetto parallelo che mi diverte molto ma a cui non posso dedicarmi troppo, mi tiene viva da altri punti di vista, uno sfogo creativo. Le mie illustrazioni sono piuttosto piatte, bidimensionali e per la maggior parte dei casi prodotte per la carta, vivono su un filo. Questi esperimenti di uscita su mezzi e materiali diversi, mi interessano e incuriosiscono e mi divertono perché mi permettono di prendermi poco sul serio, di scherzare su di me e su temi specifici, come con Clodomiro e la linea graficamente “erotica” che lo segue. O le t-shirt, la stampa 3D, esperimenti che negli anni vorrei aumentassero e costituissero un corpus più ampio e autonomo di espressione, anche se ora è l’illustrazione a rappresentarmi di più. Non mi sento artista, scultrice o product-designer, figuriamoci. Mi piace spingere i bordi di questa disciplina che spesso rischia di rimanere un po’ schiacciata, anche nella percezione collettiva e generica, sull’esito editoriale e sul libro. Io adoro i libri, ma penso sia giusto esplorare tutto ora che è così semplice e così poco costoso produrre oggetti, comunicazione trans-mediale, rendere le illustrazioni parte degli spazi che viviamo.”

 

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Qualche anno fa, chiacchierando con Steven Guarnaccia a proposito di nuove tendenze dell’illustrazione fra Italia, Europa e Stati Uniti, con il suo impagabile acume disse di Olimpia: i miei studenti alla Parsons o in SVA la ammirano, la imitano, desiderano il suo linguaggio. È un desiderio di cute, di un’estetica tranquillizzante, appagante, efficace ma non disturbante, che si ritrova nei giochi grafici di Niemann, nei volti femminili monocromatici di Weber o anche nelle onde della Shimizu. Durerà? Forse il cute no, Olimpia sì.

 

Nel 2011 le creatrici della startup Timbuktu, (magazine internazionale per bambini che è diventato famoso nel mondo e che sarà il prossimo anno protagonista del modulo new media del Mimaster) hanno chiamato Olimpia per curare l’immagine e la linea grafico-illustrativa del primo numero: “È stata la prima incursione coordinata e coerente con le app, divertente e interessante. Non ho ancora trovato però una dimensione così accattivante di questo nuovo linguaggio, non mi sono appassionata, pur smanettando volentieri. Come tanti, ho scaricato decine di app e eBook appena presa l’iPad, poi però mi son trovata a sbronza finita con poco interesse a sviluppare qualcosa di mio, pensando che siamo pur sempre ancora in una fase poco sviluppata di questo mezzo, con qualche bellissima eccezione che non è però sistemica. Siamo sulla frontiera, ancora, con un grande potenziale inespresso. Ho fatto app, icone, ma non credo abbiano sconvolto il mondo del digitale. Sono decorazioni un po’ evolute rispetto al bottone.”

 

“Mi vedo di più, al momento, sperimentare percorsi di mostre, ampie, studiate con interazioni col pubblico e gli spazi, illustrazioni non-illustrazioni, grandezze diverse, più dimensioni. Un racconto e un percorso fisico nell’illustrazione, ma non per entrare nell’ambito dell’arte che non mi interessa, invece pensare uno spazio più grande di espressione per trovare un nuovo senso alle mie illustrazioni piatte. E insieme, tutti gli esperimenti di applicazione delle illustrazioni su supporti diversi, come borse, tappeti, mosaici, su cose che abbiano storia e tradizione visuale forti e molto elaborate. Mi interessa il prodotto. L’editoria è meravigliosa, ma l’illustrazione editoriale spesso rischia di essere piatta e banalotta, di cadere nel cliché che risolve il problema in quel momento e poi non sopravvive. Sento voglia di aprire le finestre e cambiare aria”.

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Rubrica: Hotel Visual, Top post

  • Scritto da:

  • Ivan Canu
  • Ivan Canu lavora a Milano come illustratore e scrittore (Salani, Gakken, Casterman, Principi & Princìpi, Pearson, De Agostini, The New York Times Book Review, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Capital, Einaudi ragazzi, Rizzoli, Médecins sans Frontiéres). Selezionato su American Illustration e Communication Arts. È stato art director della Fondazione Internazionale Balzan e della rivista Hystrio. Ha curato per l’AI-Associazione Illustratori il catalogo della mostra Favorisca, Carpi 2006 e gli Annual Illustratori italiani 2006, 2007 e 2008. Dal 2009 è direttore del Mimaster di Illustrazione di Milano.


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