Come descrivere un personaggio fantastico

Come descrivere un personaggio fantastico Illustrazione: Marco Piunti

«Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto»
(Franz Kafka, La metamorfosi).

Se vogliamo imparare da Kafka possiamo optare per una scelta incisiva: diciamo ai nostri lettori, fin dall’incipit, che nonostante chiamiamo il nostro personaggio per nome e cognome non ci troviamo in un romanzo realistico, perché lui si trova trasformato in un insetto. Non è un sogno, perché Kafka ci informa che il protagonista si è svegliato, quindi come lettori siamo spiazzati subito dalla trovata surreale. Se vogliamo giocare a carte scoperte, il metodo Kafka è formidabile: voto 10 e lode (se fosse possibile anche di più).

 

E se invece preferiamo cuocere a fuoco lento il nostro lettore? Ne Il visconte dimezzato, Calvino dedica il primo capitolo ad una descrizione assai verosimile di un accampamento cristiano in una guerra contro i turchi. Il tono è velatamente favolistico e i nomi dei personaggi – ah….i nomi, quale importanza hanno! – dovrebbero già farci sospettare qualcosa. Ma Calvino continua parlando della peste e si attarda perfino in particolari molto realistici quali le tinozze in cui i soldati immergono i piedi a sera. Il capitolo secondo narra la battaglia e ci illudiamo di trovarci in un romanzo storico – stendardi imperiali, spade sguainate e poi… l’episodio che giustifica il titolo: «A farla breve, se n’era salvato solo metà, la parte destra, che peraltro era perfettamente conservata. […] Adesso era vivo e dimezzato». Nel terzo capitolo continuerà la descrizione surreale di quest’uomo dimezzato, con la leggiadria che solo Calvino sapeva avere. Se siamo capaci di tale tocco favolistico e leggero, rubiamo a Calvino la capacità di sorprendere i nostri lettori, attardandoci in descrizioni scrupolose di personaggi surreali (il Cavaliere inesistente, il Barone rampante, Marcovaldo e Palomar costituiscono in differenti gradazioni un’ottima palestra per lo scrittore fantastico in pectore). Anche qui è necessario abbondare, voto: 10 e lode.

 

E adesso, prendiamo appunti: c’è da imparare com’è stato descritto il personaggio fantastico più celebre dell’ultimo decennio:

Forse per il fatto che viveva in un ripostiglio buio Harry era sempre stato piccolo e mingherlino per la sua età. […] Harry aveva un viso sottile, ginocchia nodose, capelli neri e occhi di un verde intenso. Portava un paio di occhiali rotondi, tenuti insieme con un sacco di nastro adesivo per tutte le volte che Dudley lo aveva preso a pugni sul naso. L’unica cosa che a Harry piaceva del proprio aspetto era una cicatrice molto sottile sulla fronte, che aveva la forma di una saetta.

La Rowling utilizza un’altra strategia: il protagonista è descritto in modo realistico. Non si parla subito di scope volanti o cappelli parlanti, però prima di farci conoscere il suo Harry Potter (e ciò avviene dopo trenta pagine) ha disseminato il libro di chiari indizi: un gatto che consulta una mappa geografica, persone che girano per strada con il mantello, strani gufi. Possiamo fare come lei e preparare il lettore in un contesto magico, per poi concederci il lusso di descrivere verosimilmente un personaggio fantastico. Con questo metodo raggiungiamo due scopi: suscitare empatia del lettore verso un personaggio che benché mago è descritto nella sua umanità e solleticare la sua curiosità, gettando indizi fantasy. Voto: 8½.

 

L’insistenza su alcuni aggettivi o su alcuni elementi visivi possono aiutare a dare il timbro peculiare del personaggio fantasy che vogliamo tratteggiare: «La sua capigliatura al sole era candida come la neve, e la sua veste bianca e splendente; gli occhi sotto le folte sopracciglia erano luminosi, penetranti come raggi di sole; in mano aveva lo strumento del potere.» (J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli). Nella descrizione di Gandalf ricorrono termini legati alla luce (sole, bianca, splendente, luminosi, raggi), Tolkien come un pittore utilizza i colori per indicarci la sostanza dei suoi personaggi; gli elfi sono luminosi, gli hobbit colorati, Sauron e i suoi seguaci oscuri. È vero che Tolkien non si è limitato a scrivere un romanzo, ma ha creato un mondo, un linguaggio, una mitologia (e a dirla tutta anche dei seguaci un po’ matti), però molto più umilmente noi possiamo cogliere da lui il trucco dei colori per donare visibilità ai nostri personaggi fantasy, stando attenti a non scadere nell’ovvio. Voto: 8.

 

Volete un’alternativa? Presentate il vostro personaggio fantastico attraverso i dialoghi, non scegliete l’immagine ma fatelo diventare parola. «Perché un corvo assomiglia a uno scrittoio?» entra in scena così il Cappellaio Matto, proseguendo con altre amenità quali: «Vorresti forse sostenere che la frase “vedo quello che mangio” ha lo stesso significato di “mangio quello che vedo”?». L’immagine che tutti abbiamo del Cappellaio ci deriva dalle illustrazioni e dal cartone Disney, ultimamente dalla mirabile interpretazione di Johnny Depp, ma Lewis Carroll non ne dà una descrizione fisica. Lo rende immediatamente parola, o meglio paradosso; il dialogo serrato con Alice e con la Lepre Marzolina restituisce la sua fisionomia in modo nitido, perché l’anima del personaggio è in ciò che fa e che dice, nel trambusto con cui sposta le sedie e cerca le tazze pulite. L’inconveniente di questa tecnica? Bisogna essere geniali! Voto: fuori concorso.

 

P.s.: se sapete perché un corvo assomiglia a uno scrittoio, potete utilizzarla.

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Rubrica: La bottega dei personaggi, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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