Cicchetto

Cicchetto Citronnade à l'Ananas / Plakat 1901 - Leonnetto Cappiello (1875- 1942).

Non mi verrebbe in mente di chiedere al barista: “un cicchetto di rum”. Suona vecchio, impostato, un po’ artefatto. Mi sporgo sul bancone e oltre il muro della musica finisco per urlare “uno shot di rum”. Quella “o” debordante e sguaiata, secca locuzione inglese inguainata dall’accento “all’italiana”.
L’alternativa più comune è lo spagnoleggiante chupito, pronunciato da bocche chiuse a cuore che sognano l’estate “ibiza e formentera”.
Eppure il nostro cicchetto, col suo schiocco di lingua, suona così tenero e baldanzoso. Un po’ mi manca: questo mi fa sentire vecchio dentro.

Dal provenzale ciquet/chiquet/cichet (“Petit morceau”, “pezzetto”), si è diffuso tra i militari della Savoia ed è approdato nel dialetto piemontese. Il termine indicava una piccola quantità e il verbo chiqueter indicava l’atto di dividere in piccole parti, centellinare. Prima della concorrenza fascinosa dell’inglese e dello spagnolo, era voce comune per chiedere da bere, specialmente nell’Italia settentrionale.

Si diffuse negli ambienti militari anche con un significato metaforico che ha resistito almeno fino al secolo scorso. Immaginate di essere un soldato semplice, di essere chiamati inaspettatamente a rapporto dal vostro superiore: cosa vi aspettereste? Che vi offra da bere? Così, tornati fra pari, proverete a mascherare l’imbarazzo della strigliata con l’ironia: direte che vi ha dato un cicchetto. Sì, un cicchetto che vi ha stesi.

Vera Drisdo, nella sua traduzione per Mondadori de Il maestro e Margherita di Bulgakov, usa il termine in questa accezione. Nel capitolo diciassettesimo, Una giornata agitata, vediamo il quieto ragioniere del teatro Varietà, Vasilij Stepanovic, calato nella confusione nata dopo lo spettacolo della sera precedente. Il personaggio Woland/Satana, con la sua serata di magia, ha portato scompiglio nella comunità moscovita, ingessata nella burocrazia, congelata dalle sue istituzioni. Il piccolo burocrate Vasilij deve portare l’incasso della sera precedente alla “Sezione finanziaria per gli spettacoli”. Il teatro è assediato da una folla bramosa di vedere le imprese del mago Woland. Quando arriva alla Sezione finanziaria, gli impiegati sembrano impazziti. Finalmente raggiunge l’ufficio del presidente della Sezione, convinto che lì, in presenza della sua autorevole figura, potrà ritrovare un scampolo del mondo che conosceva. Fuori dalla porta sente la voce minacciosa di Petrovic:

Sta dando un cicchetto a qualcuno?”, pensò il conturbato ragioniere (…).

Ecco la grande speranza del ragioniere Vasilij: che il presidente Petrovic stia strigliando qualcuno, anche un sottoposto come lui: qualsiasi cosa purché il mondo smetta di fargli paura. Ovviamente non è ciò che sta accadendo e lascio il seguito alla memoria di chi ha letto il libro e alla curiosità di chi non l’ha fatto. La Drisdo sceglie una traduzione vicina all’italiano popolare, naturale per un uomo semplice che ha disperatamente bisogno di aggrapparsi a qualcosa di familiare.

Pensando a cicchetto, però, non posso fare a meno di pensare all’America hard boiled, quella dei detective privati, una mano nella tasca del trench e l’altra che stringe la pistola, la Los Angeles di Raymond Chandler. Questo perché i personaggi che popolano quella letteratura ne trincavano più di uno a pagina e perché immancabilmente i nostri traduttori scandivano quelle bevute con il termine cicchetto.
È così che il duro Philip Marlowe disegna il tempo della propria esistenza. Non ha altri obiettivi se non portare tristemente a casa la giornata. Marlowe è un duro atipico: rifugge la violenza a meno che non possa farne a meno, non ha orgoglio né forza, non riesce a essere cinico come vorrebbe. Coltiva la tristezza che accumula ogni giorno e l’unica arma che adopera per difendersi è un sarcasmo freddo, spesso macabro. La sera va a letto “pieno di whisky e malato di sconforto” e quando non ne può più arriva a dire: “Allora presi la bottiglia, bevvi qualche sorso e lasciai che il mio amor proprio se la cavasse per conto suo”. Nel mondo di Marlowe spesso non c’è molto da fare se non tentare di arginare il caos e dividere la propria vita i piccoli momenti. Così Oreste del Buono, nell’edizione Feltrinelli de “Il grande sonno”, traduce i numerosi “drink” di Marlowe con la parola “cicchetto”. Del Buono, involontariamente, recupera il significato originario del termine, con quel senso di segmentazione del tempo. L’esistenza di Philip Marlowe fluttua da un cicchetto all’altro:

 Valutavo la convenienza d’andare a mangiare e la certezza che la mia vita era ben banale, ma avrebbe continuato a esserlo anche se avessi mandato giù un cicchetto da solo a quell’ora non avrebbe costituito, in ogni caso, un evento.

E la vostra etimologia individuale di cicchetto qual è? Sparate a zero.

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Rubrica: Dizionario etimologico individuale, La Palestra, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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commenti

3 Commenti

  1. Stile accattivante e fluido al punto che dimentico che sto leggendo perchè vedo, come in uno spot pubblicitario, ordinare al barista ” un cicchetto”. Scrittura semplice nella forma ma complessa nella sostanza per le citazioni riportate con la leggerezza di chi sa cosa dice senza saccenteria. Grande!!
    Tania

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  2. “La testata di Zidane”, “l’ aspirapolvere”, “il cervelletto” ecc.
    Quanti ne ho bevuti alla “Cicchetteria E*****d”.
    Costavano poco ma facevano male/bene.
    Anche quando a Cordoba li chiamavamo “chupito” l’effetto era lo stesso.
    Adesso mi “farei” volentieri un cicchetto o un chupito ma sicuramente non uno shot, è troppo violento, modo di esprimersi più fedele alla cultura anglosassone che alla nostra.
    E’ vero che il risultato è quello di cadere stecchiti ma non in “one shot”.

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    • Arcangelo Auletta

      D’accordissimo! Ecco, tu avrai vissuta un’esperienza andalusa e chupito ti è familiare come cicchetto. Dovrai ammettere, però, che l’inglese è fenomenale: shot è una parola che pennella il gesto del bere tutto d’un fiato. Non la sento come alternativa assoluta a cicchetto ma in un contesto giusto potrebbe esserlo.

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