Scrivere una poesia, un romanzo, un thriller, una sceneggiatura

Scrivere una poesia, un romanzo, un thriller, una sceneggiatura La copertina di 'Il nascondiglio della farfalla', di Ippolita Avalli

 

Oggi è mia ospite su queste pagine Ippolita Avalli, autrice edita da noi di Mondadori. Ippolita ha appena pubblicato Il nascondiglio della farfalle, il suo primo thriller. Ma questo è solo dei diversi generi di scrittura da lei affrontati.

 

In passato hai scritto poesie, sceneggiature e romanzi. Ci racconti le specificità di ciascuna di queste forme espressive? Ad esempio, come si scrive una poesia?

Innanzitutto per scrivere poesia occorre essere poeti. Cioè avere una disposizione alla sintesi. Non solo sentire in modo grande, appassionato, profondo ma anche trovare la forma linguistica esatta per esprimerlo. E’ una vocazione iniziale che nel tempo diventa maestria. Io scrivevo poesia da ragazza per affrancarmi dalla solitudine, dal disamore degli adulti, forse era una forma di ribellione. Ho continuato fino a quando non ho capito che avrei detto meglio ciò che avevo da dire con un respiro più ampio, come il romanzo.

E come si scrive un romanzo?

Scrivere un romanzo è come mettere al mondo un mondo. E’ una faccenda complessa, a volte un’impresa titanica. Richiede forza, buona salute, dedizione e passione ma soprattutto ostinazione e pazienza, visti i tempi lunghi. Insomma non bisogna avere fretta, imparare a fidarsi dei personaggi che, una volta messi sulla carta, prendono vita e impongono la loro personalità. Per me è il ‘lavoro’ più affascinante che potesse capitarmi. Certo non è una passeggiata. A meno di essere scrittori famosi, riconosciuti dal pubblico, l’impegno non vale la candela dal punto di vista economico. Tanti bravissimi scrittori devono fare anche un altro lavoro per vivere. Non ho mai capito se questo sia un bene o un male. Per mettere insieme un romanzo ci vuole tempo, fondamentali sono soprattutto i tempi morti, vale a dire quei momenti in cui si lascia fuori dalla porta il mondo reale con tutti i suoi casini e ci si immerge in quello altrettanto reale delle proprie creature lasciandosi trasportare, guidare da loro. Che bello poter stare a sentire ciò che hanno da dire! Sono loro che suggeriscono le soluzioni sulle quali ti incaponivi vagando sperduto: tutte sbagliate! E invece eccole lì, chiare, semplici, esatte. L’effetto è corroborante: come una cioccolata calda, un liquore sotto una nevicata. Riprendi quota e vigore, la vita sembra di nuovo bella, degna di essere vissuta. Non c’è un modo definito e definitivo di scrivere un romanzo. Il mestiere viene dopo. A volte la scintilla è un profumo, altre l’espressione di un volto che incroci per strada, una situazione particolare, una discussione, un sogno, un incontro, un ricordo che torna a tormentarti. Cominci a immaginare e via, il seme è spuntato, ora devi nutrirlo, curarlo perché si sviluppi e cresca. Ci si innamora e non si pensa ad altro. Certo la rosa ha le spine, il percorso è pieno di ostacoli, ma la pagina scritta che funziona è una medicina ricostituente, ti fa bene e vai avanti.
E poi ci sono gli aiuti. Gli amici fidati che leggono e ti restituiscono l’entusiasmo. L’intervento efficace di un editor che ti segnala gli errori. E, pian piano, la materia che lievita e si compone e ti dà sicurezza.

Sei anche sceneggiatrice. Come si scrive una sceneggiatura?

La mia esperienza con la sceneggiatura ha avuto vite brevi ma intense a cicli alterni. Ho seguito dei corsi quando mi fu chiesto di sceneggiare in varie riprese, per diversi produttori Aspettando Ketty, il mio primo romanzo anche se poi, come spesso capita, non se ne è fatto nulla. E’ un lavoro che si fa in tanti modi, secondo se il regista è un autore, se è una fiction, un film d’azione, d’amore, un thriller, ma sempre insieme a un piccolo gruppo, cucendolo addosso agli attori (anche se poi cambiano) e mettendosi al servizio del regista, del suo sguardo. Si sviluppa attraverso una serie di fasi, ma è sempre l’occhio a vincere. Si deve guardare una scena mentre la si scrive, proprio come se si fosse già seduti in poltrona, al cinema. E’ stimolante perché c’è il confronto continuo con gli altri. Ma anche limitante per me che amo raccontare storie alla mia maniera. L’esperienza di collaborazione con Federico Fellini (avevo solo ventinove anni) fu bellissima sotto tutti i punti di vista. Primo, per la grandezza del personaggio, poi perché scene scritte e approvate si riducevano in bigliettini spiegazzati che s’infilava in tasca. Non perché non rispettava il tuo lavoro, semplicemente aveva mangiato e digerito quello che gli serviva e ora poteva spaziare liberamente avendo tutto sotto controllo. Una magia.

Passiamo a un altro tipo di scrittura. Quali sono le difficoltà maggiori nella creazione di un thriller?

Sono sempre stata una lettrice appassionata di thriller. Certo non pensavo che fosse così difficile scriverne uno. Perché funzioni bisogna seguire delle regole. Decidere qual è il punto di vista. Chi racconta? Il narratore? L’assassino, l’assassina? Il commissario di turno? La vittima? Il lettore sa o non sa? Lo fai partecipe? fino a che punto? o lo tieni all’oscuro e gli fai scoprire tutto alla fine?Una volta tracciata la strada bisogna seguirla – perché sia verosimile -. Però, ho scoperto che a differenza della letteratura non di genere, che lascia lo scrittore libero almeno fino a un certo punto di tracciare la strada che vuole percorrere, dover seguire una strada tracciata in partenza ha in sé qualcosa di consolatorio. Come se non ci si trovasse ogni volta davanti alla terrorizzante ‘pagina bianca’. Le linee sono state tracciate, ora bisogna impegnarsi per trovare le soluzioni. Il male è dentro di noi. Esserne consapevoli è scomodo. Metterlo nero su bianco è sconvolgente, ti segna. Però è catartico. Parecchio. Un modo per stanarlo, attaccarlo, dare battaglia. Ho ripreso la lotta con un nuovo thriller (con gli stessi protagonisti).

Mi racconti come crei i tuoi personaggi? Come scegli i nomi, da dove vengono i dettagli fisici e psicologici che ne compongono la figura?

I personaggi. Che sballo! Non li creo. Li incontro. Sulla pagina, ovvio. Vengono in parte dalla realtà. Gente che ho conosciuto ma che nell’emozione del ricordo si mischia, creature fatte di pezzi assemblati, oppure nascoste in blocchi di marmo che devo scolpire, in tronchi d’albero che devo incidere o lavorare a sbalzo. Cambiano. Si metamorfizzano. Anche dopo che li ho battezzati, gli ho dato un nome. Ecco, i nomi mi vengono perfetti subito – almeno quelli dei personaggi principali e mi aiutano a modellarli, ad attribuirgli i dettagli fisici e psicologici che li rendono unici, riconoscibili e determinano le loro azioni, i loro sentimenti, il loro ruolo dentro la storia. Nel nome c’è il destino, si dice. In Il nascondiglio della farfalla Carlotta Sabatini (Karl radice del nome tedesco, significa: forte, libero) è una donna giovane, cordiale, franca, con una bella fermezza interiore, tanto che vive il suo essere lesbica non in modo trasgressivo, di rottura. E’ attenta alla forma, ha scelto di fare l’avvocato, vuole fare carriera E fin qui poteva anche chiamarsi Carla. Invece si chiama Carlotta perché è la piccola di casa, un po’ ingenua, cerca di darsi un tono vestendosi in un certo modo, vuole farsi passare per una che ha il controllo della situazione ma interiormente – lo scoprirete alla fine del romanzo ma non andate a verificarlo subito – è dolce e si preoccupa per gli altri. Chiamarla così e darle questi attributi mi è venuto istintivo, non l’ho deciso scientificamente. Però questo mi porta a una considerazione che farebbe Sandra Kapsa, la protagonista psicoanalista: che noi non sappiamo di sapere (ma sappiamo).

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Edoardo Brugnatelli
  • Nato nel 1956 (era presidente Gronchi). Laurea in Filosofia all’Università di Pavia. Per anni ho giocato (da brocco) a rugby. Suono male diversi strumenti a corda. Lavoro in Mondadori dal 1990: ho cominciato come redattore e ho finito per dirigere una collana (questo ci dice che c’è una speranza per tutti). Ho tre figli e un giro vita importante. Sto imparando il bergamasco.


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