Illustrazione: le tappe di una professione secondo Olimpia Zagnoli

Illustrazione: le tappe di una professione secondo Olimpia Zagnoli Illustrazione: Olimpia Zagnoli

Sulla soglia dei 30 anni, ci si stufa magari di essere nelle liste dei “giovani qualcosa”, per cui in Italia ci si stiracchia fino ai 40. Olimpia Zagnoli, da alcuni anni apprezzata, stimata e blandita ha iniziato a collaborare dal quest’anno col Mimaster, insegnando a una classe “sold-out” come progettare un’illustrazione per i quotidiani, materia per la quale è una delle riconosciute specialiste internazionali. Ma è anche nota fra noi illustratori perché ha creato un’immagine (un brand, come si dice) dinamica, forte, vincente. Da qui parte una storia professionale che può farsi parametro per quanti, giovani illustratori o creativi soprattutto, sono alla ricerca di riferimenti. Primo: la ricerca di sé.

 

The New York Times Book Review - cover - Olimpia Zagnoli

The New York Times Book Review

“Per promuovere qualcosa bisogna innanzitutto capire se c’è qualcosa da promuovere”. Lapalissiano per alcuni, magari. Ma un punto di partenza concreto, che a tanti che si approcciano come si usa dire da “creativi” anche al mondo dell’illustrazione, tende spesso a sfuggire. “E, prima cosa: autocritica”. Il senso della necessità muove anche questo lavoro, per quanto sembri basato sul superfluo. “Non tutte le belle immagini comunicano qualcosa. Non tutte le idee o le trovate di cui si dice di fretta: geniale, sono poi tanto geniali”. Magari sempre meglio accorgersene da soli che sentirselo dire da un cliente che ce le rifiuta perché ha più cultura iconografica di noi.

 

“In fondo basta pure un po’ di ricerca per capire che tutto è stato già detto. E spesso molto bene. La promozione di sé e l’oggetto, poi, cambieranno durante il percorso creativo di ciascuno. Nel mio caso è un discorso di varie separazioni. La prima coincide con l’essermi allontanata dalla produzione scolastica, dal background culturale e tecnico di una scuola d’arte (lo IED a Milano) che mi aveva anche confusa: sapevo che c’erano cose che mi piacevano, come il digitale e cose che non sapevo proprio fare né avevo imparato a fare. Avevo giocherellato con il Mac di mio padre, ma non avevo mai seriamente preso la strada dell’illustrazione con tavoletta grafica. Gli anni di studio sono stati anni di palestra, dopo di che un grosso lavoro personale per capire perché quel che vedevo sulla carta non corrispondesse a quello che io pensavo e desideravo esprimere, cercando un ponte di comunicazione fra l’interno e l’esterno. Che non ho trovato subito, all’inizio si è in un mare di riferimenti, influenze e mode del momento, un po’ disorientati dalla varietà delle possibilità.

 

Father’s Day – Google Play

“Ho dedicato un anno alla creazione di un piccolo portfolio di immagini che mi convincessero abbastanza da uscire e presentarmi nel mondo. C’era già internet, certo, ma non c’era ancora quest’idea che appena produco il primo abbozzo lo posto su Facebook, lo twitto e lo filtro su Instagram allo stesso tempo, facendo diventare tutto il processo creativo già social anche fra chi di illustrazione non sa niente. Questo forse mi ha un po’ salvata, conoscendo anche la mia curiosità verso le tecnologie e la comunicazione tecnologica, avrei troppo anticipato il momento di pubblicare le mie cose, bruciandomi un percorso che invece mi è stato utile.”

 

“La partenza quindi è stata esplorativa e i miei riferimenti più congeniali la grafica anni ’60 e ’70, le campiture piatte, i giochi di colore, la semplicità, il less is more. Il computer mi offriva un’immediatezza espressiva utile e l’agilità tecnica, un trampolino sul futuro. Una volta arrivata ad una sintesi di 10-15 immagini che parlavano la lingua del momento in cui ero all’epoca, le ho messe insieme, stampate e ho fatto il portfolio con cui ho preso i primi appuntamenti”.

 

The Washington Post - Education Issue - Olimpia Zagnoli

The Washington Post – Education Issue

Un percorso da subito faticoso: si può pensare che il mondo con cui ci si rapporta sia un mondo accogliente, curioso, disponibile. Un mondo buono, come dice una nota pubblicità. ”Pensavo: se scrivo un’email ad un art director, gentile, carina, con una bella immagine sicuramente questo mi risponderà. In Italia nella maggior parte dei casi non è stato così. Io avevo un’idea molto precisa, netta di quello che mi piaceva e interessava, le testate e gli editori con cui mi sarebbe piaciuto lavorare, su questi ho cercato di spingere il più possibile. Ma se mandavo 20 email alle persone giuste e poi queste persone giuste non rispondevano, ovviamente diventava complicato. Le ho provate tutte: quando mi piaceva Corraini, andavo a Mantova dove hanno la sede e lasciavo le mie cartoline nella casella delle lettere, piuttosto che fare librini, fanzine, biglietti, cartoline da mandare in giro, un po’ di tutto”.

 

In questa fase di esplorazione, fra i primi a credere nelle potenzialità del linguaggio che Olimpia andava a proporre c’è stato Adriano Attus, creative director del Sole 24 Ore.  ”Attus mi ha commissionato un paio di lavori dilazionati nel tempo, con i quali io sono andata a farcire man mano il portfolio. Naturalmente il mio linguaggio all’epoca, dieci anni fa o giù di lì, è molto cambiato dall’attuale anche se non radicalmente, però anche il confrontarmi per la prima volta con uno spazio pre-definito, i colori della carta, le esigenze della stampa di un quotidiano, un messaggio deciso e preciso da interpretare sono stati i primi esempi di reale confronto con il prodotto a cui mi rivolgevo” – con le prime difficoltà e il rapporto fra il principio di piacere, che governa l’artista romantico e il principio di realtà, che governa l’illustratore soprattutto editoriale.

 

Internazionale - copertina

Internazionale – copertina

“Con Attus mi sono trovata molto bene, avevo fatto anche alcune cose molto decorative, mi rendevo conto che la mia aspirazione era lavorare di più, trovare più clienti, motivo per cui ho voluto provare con l’estero. C’era una scena interessante a Barcellona, editori, gallerie, librerie molto attivi e interessanti e un costo della vita proporzionalmente assai più abbordabile che una città come Milano, molti giovani da tutto il mondo, una bella realtà. Ci andavo spesso, ho fatto una mostra, dei lavoretti. Ma anche quelle vacanze erano mirate a mostrare i lavori, magari nei week end, quando editori o librerie o gallerie erano chiusi, lasciavo proprio sotto le porte le mie cartoline, indirizzo per indirizzo. Adesso che internet è così diffuso e tutti sono rintracciabili, un lavoro porta a porta non sembra essere più tanto necessario e di certo non è molto affascinante; ma pur non essendo passati molti anni io mi sono trovata a cominciare in una fase di passaggio proprio della comunicazione nel nostro mestiere.

 

Marie Claire - copertina

Marie Claire – copertina

Credo che essermi fatta le ossa in quella maniera, mi ha aiutata a gestire la fase più dinamica del mio lavoro in modo determinato. Io ero piuttosto timida in generale, quindi avevo l’impressione che dando in giro le mie cartoline, chi avesse voluto vederle le avrebbe viste e quindi considerate. Se non succedeva, dunque, non erano interessati a me. E mollavo il colpo. Forse proprio il non vedere nessun esito, il capire che anche una guerrilla così mirata portava poi a poco in quel momento, con settimane e mesi di silenzio che a me parevano insostenibili, visto che dopo la scuola tutte le mie energie erano spese nel trovare lavoro, occasioni, clienti: tutto questo mi ha scossa e spinta a modificare il mio atteggiamento e pensare che forse, se lo desideravo davvero tanto, altrettanto e di più dovevo fare per ottenerlo. Ed è una cosa che ho visto in alcuni studenti, in workshop che ho fatto, un po’ anche nei miei compagni di classe: una mancanza di determinazione, un po’ un non essere capiti cosmico. Ma l’illustrazione è un lavoro talmente pratico, commerciale, senza sminuirlo o sopravvalutarlo, che anche dire: non mi capiscono è un evitare il punto”.

 

(continua)

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Rubrica: Hotel Visual, Top post

  • Scritto da:

  • Ivan Canu
  • Ivan Canu lavora a Milano come illustratore e scrittore (Salani, Gakken, Casterman, Principi & Princìpi, Pearson, De Agostini, The New York Times Book Review, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Capital, Einaudi ragazzi, Rizzoli, Médecins sans Frontiéres). Selezionato su American Illustration e Communication Arts. È stato art director della Fondazione Internazionale Balzan e della rivista Hystrio. Ha curato per l’AI-Associazione Illustratori il catalogo della mostra Favorisca, Carpi 2006 e gli Annual Illustratori italiani 2006, 2007 e 2008. Dal 2009 è direttore del Mimaster di Illustrazione di Milano.


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