Che cos’è l’editing

Che cos’è l’editing Illustrazione: Studio Armad'illo / Bertrand Nadal

Amici di penna, abbiamo superato il giro di boa del nostro viaggio tra music business e mondo dell’editoria. Ora sapete quanto contino il background e le prove, siete consapevoli di cosa significhi imparare a comporre, e avete un’idea di cosa fare quando vi ritroverete tra le mani il vostro primo “demo”.

 

Parliamo oggi di uno scoglio importante da superare, nel cammino verso gli scaffali. Qualcosa che, soprattutto se vi state autoproducendo, può avere lo stesso impatto dell’iceberg che rovinò la titanica crociera del lontano 1912. Mi riferisco all’arrangiamento del disco, che nel nostro (editoriale) caso chiameremo, pensa un po’: editing.

 

Facciamo subito una premessa. L’editing di cui mi interessa parlarvi non è la correzione dei refusi che infestano il vostro scritto. Talvolta mi capita di leggere, sui social network, frasi come questa:

Ho passato le ultime tre ore a fare l’editing del mio romanzo, ammazza quanti errori di battitura che c’erano.

Nein! Non sto parlando di questo. La caccia ai refusi è il lavoro di lima del fonico che tagliuzza via sporcature e piccoli rumori di fondo o saturazioni dal vostro disco, per renderlo pulito. In ambito editoriale, è il lavoro tecnico che può fare anche un qualsiasi correttore di bozze esterno alla redazione, e per niente interessato alla storia. Qui invece siamo alle prese con i contenuti. Stiamo parlando dell’arrangiamento. Di quello che rende unico il vostro testo.

 

Un romanzo che non passa attraverso più sessioni di revisione non è un prodotto professionale. Neanche se vi chiamate J. K. Rowling. Anzi, un romanzo che non supera questa fase potrebbe rovinare anche la più originale e interessante delle idee. Non per niente, Stephen King dice in proposito:

To write is human, to edit is divine. 

 

Ma che cos’è dunque questo fantomatico editing? E come farete a uscirne vivi? Nella mia esperienza personale ho avuto la fortuna di lavorare con un editor di grande talento, a sua volta autore, di nome Francesco Gungui. Una delle prime cose che mi disse fu:

Non affezionarti troppo alla prima idea.

Revisionare richiede pazienza, serietà, tanta umiltà e disciplina. Per questi concetti, confronta Maestro Miyagi: ”Dai la cera, togli la cera.” 

 

Se il primo demo di cui parlavamo nella scorsa puntata ha catturato l’attenzione di una redazione, e vi è arrivata un’offerta di pubblicazione, vi metteranno nelle mani di un editor, che diventerà presto il vostro allenatore. Meglio ancora se, come il Gungui, si tratta di un allenatore che ha giocato anche a calcio. Francesco scriveva (e scrive), pertanto sapeva benissimo quanto sangue avrei dovuto sputare nel vedere interi capitoli tagliati, o smontati, o accoltellati qua e là. Sapeva quanto avrei sofferto nel vedere profanato il sacro testo (perché un esordiente, in svariati momenti del suo cammino, commette purtroppo l’errore di credersi qualcosa di simile a un Dio). Ma è questa l’Unica Via: soffrire.
Guardarsi allo specchio e prendersi a schiaffi fa male, ma vi fa crescere. Si nota lontano un chilometro la differenza tra un romanzo che è passato attraverso varie revisioni e uno che ha visto al massimo il famoso intervento di caccia ai refusi. L’occhio del professionista nota questa enorme differenza, ed è forse questo uno dei motivi per cui spesso le proposte vengono rifiutate dagli editor senza che il malcapitato esordiente si renda conto del motivo. Non può vederlo. Non sa riconoscerlo. Io stesso non avevo idea di cosa significasse, prima di trovarmi sul campo e schivare granate.

 

Editare è: chiedersi di continuo se una scena funziona.
Se una scelta per uscire da una trappola non è troppo facile (perché spesso è la prima che vi è venuta in mente).
Se un dialogo non è banale, o prevedibile, o forzato.
Se un personaggio ha bisogno di una maggiore caratterizzazione psicologica.
Se i tempi della narrazione funzionano.
Se siete verbosi solo per far sfoggio del vocabolario di cui disponete, ma dimenticate di mandare avanti l’azione.
Se ci sono cadute, buchi, momenti in cui la tensione che avete alimentato fino a quel punto subisce qualcosa di simile al vuoto d’aria che ogni tanto vi fa prendere un mezzo infarto quando siete in aereo.

 

Editare è: scoprire che a volte vi siete infilati nella narrazione, sovrapponendo la vostra voce al racconto; è constatare che un’emozione è stata detta, ma non mostrata; è capire che cosa manca a una descrizione.
E’ rileggere il romanzo decine di volte, e arrivare a odiarlo, così come mi capitò puntualmente – tanti anni e tanti capelli fa – durante le sessioni di mixing degli album, quando poteva capitare di ascoltare lo stesso brano cento volte di fila mentre il fonico smanettava sui fader del banco digitale.

 

In poche parole, editare è uno sbattimento. E’ sudore. E’ nervi, perché pensavate di essere a cavallo e invece il vostro editor vi restituisce un testo sul quale dovete lavorare ancora un paio di mesi. E magari è solo la prima di due, tre, quattro revisioni prima del “visto, si stampi”.
Ma volete mettere il sublime arrangiamento che il vostro disco offrirà al pubblico alla fine di tutto questo calvario?
E volete mettere la differenza che il lettore troverà tra il vostro lavoro curato e quello di un autore autoprodotto che si è limitato a cercare quattro refusi, convinto che tutte le scelte operate in prima bozza siano indiscutibili, e pronto a offendersi alla prima critica costruttiva?

 

Nel caso non siate stati presi sotto contratto e non ci sia un Gungui dalla vostra, il percorso sarà certamente più arduo perché vi mancherà l’occhio esterno di un professionista (fondamentale, così come l’orecchio di chi entra in studio e non ha ancora sentito una nota della lavorazione in corso). In quel caso dovrete cavarvela da voi. Chiedete aiuto ad amici sinceri e “cattivi” (leggi: veri amici), mettete nelle loro mani la prima bozza implorandoli di dirvi solo che cosa non funziona del romanzo. Fatene tesoro. Più occhi esterni leggono e danno pareri, meglio è. Poi, umiltà. Rileggete. Fate decantare. Rileggete ancora, mettetevi in discussione. Date la cera. Togliete la cera. Datela. Toglietela. Siete umani, ma editare è divino. Aspirate alla divinità. E procuratevi On Writing, del sopracitato Maestro. Vi aiuterà senz’altro.

 

Così, un giorno, il vostro testo potrà dirsi davvero professionale. Al massimo livello di quest’ascesa, forse conoscerete la soddisfazione che Freddie, Brian, Roger e John provarono quando ascoltarono la versione finale di Bohemian Rhapsody, risultato del mix di 180 parti vocali, roba che gli studi di registrazione non avevano supporti con spazio a sufficienza per ospitare una tale mole di lavoro (per un solo pezzo!) e dovettero inventarsi un nuovo metodo di incisione. Non è forse questo il divino di cui parlava il Re?

 

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Rubrica: Obiettivo Esordio, Top post

  • Scritto da:

  • Leonardo Patrignani
  • Leonardo Patrignani nasce a Moncalieri (TO) nel 1980. Musicista, doppiatore, e autore della trilogia sui mondi paralleli Multiversum (Mondadori), non è capace di dipingere. Al momento alle prese con lo studio del catalano, dichiara che in un universo parallelo ha presentato almeno un'edizione del Festival di Sanremo.


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