Hegel e il self-publishing

Hegel e il self-publishing Illustrazione: Stefano Pietramala

Sulle pareti dell’ufficio del nostro Direttore Edoardo Brugnatelli fa bella mostra di sé un foglio, stampato con caratteri simil-gotici, che reca una scritta in tedesco: «Der bestirnte Himmel über mir und das moralische Gesetz in mir». Si tratta della frase finale dell’epitaffio tombale di Immanuel Kant e significa “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”, una sintesi felice del pensiero del filosofo di Königsberg. La prima volta che vi feci caso me ne rallegrai: una persona che affigge al muro una citazione di Kant non può essere una cattiva persona. Ma se quell’ufficio fosse stato il mio, sulla parete avrebbe campeggiato di sicuro una frase di Hegel.

La dialettica hegeliana – ricordate il manuale di liceo? Tesi – antitesi – sintesi? – ha molto a che fare con il self-publishing ed è ciò che intendo provare a raccontare oggi. L’occasione me la fornisce il sempre attento Vanni Santoni che su Twitter chiede una mia replica a un articolo di Matteo B. Bianchi apparso ieri su Linkiesta.

Vanni santoni

L’articolo in questione è l’ennesimo che leggo, da tre o quattro anni a questa parte, sui rischi del self-publishing (mi verrebbe da chiedere un po’ malignamente: rischi per chi? Per i self-publisher? O per gli autori già pubblicati e più o meno affermati e i loro editori?); ha tuttavia il pregio, a differenza di molti suoi predecessori, di porre delle domande piuttosto che prendere posizioni a priori. E di mettere al centro del dibattito un tema a me molto caro, quello della ricerca della qualità (si noti: non “il tema della qualità”, ma della sua ricerca, che è altra cosa).

Matteo B. Bianchi si chiede in sostanza se l’urgenza della pubblicazione non incida sulla qualità finale di quel testo che non è passato attraverso un rapporto dialettico (lui dice “dialogico”, ma io resto fedele alla terminologia hegeliana) con l’editore. La domanda è legittima, ma mi pare riveli un errore di prospettiva molto comune: il pensare che il self-publishing (che altro non è che un insieme di conoscenze tecniche, un know how) abbia a che fare esclusivamente con la narrativa o addirittura con la letteratura. Se questa relazione è virtualmente possibile, non significa né che sia l’unica né che sia la principale: è bene ricordare sempre che ci sono self-publisher che pubblicano saggistica, manualistica, materiali didattici, libri di fotografia, cataloghi aziendali, relazioni industriali e chi più ne ha più ne metta; ed è ancor più importante tener presente che non tutti coloro i quali si autopubblicano lo fanno per l’aspirazione di diventare autore (e aggiungo: chi afferma il contrario lo fa spesso perché ha un interesse economico).

Ma con questo non voglio eludere la sua domanda, che resta importante:

A me sembra che in questo passaggio di democratizzazione assoluta (lo scavalcamento del rapporto con un editore consolidato, tutti che diventano editori di se stessi) sia la qualità del testo a farne le spese: non esistono più standard minimi, esiste solo il desiderio di essere sul mercato.

In primo luogo bisogna precisare che la democratizzazione riguarda gli strumenti tecnici della pubblicazione, ovvero le tecnologie digitali (lo spiega bene Chris Anderson nel suo celeberrimo saggio sulla coda lunga), cioè qualcosa di esterno all’industria editoriale che tuttavia produce i suoi effetti all’interno. Questo è l’imprescindibile dato di partenza: bisogna farci i conti. Ma l’allargamento dell’accesso alle tecniche di pubblicazione non implica ipso facto che viene meno l’esigenza di qualità: piuttosto, essa si riarticola. In secondo luogo non credo nemmeno che “il desiderio di essere sul mercato” sia l’unica – né la principale – spinta all’autopubblicazione; credo invece – e su questo potremmo e dovremmo riflettere – che si tratti di un desiderio di espressione e condivisione (talvolta con tratti narcisistici, non lo nego).

E qui entra in campo Hegel: se il self-publishing è inizialmente apparso come l’antitesi dell’editoria tradizionale (e a quest’immagine hanno contribuito, da un lato e dall’altro, i pasionarios della conservazione e gli evangelist del do-it-yourself), bisogna invece – i tempi sono maturi – cominciare a pensare che tra l’uno e l’altra sia possibile e auspicabile una sintesi: Aufhebung direbbe Hegel (conservazione e superamento), soprattutto sulla questione centrale della qualità dei testi. Ne ho scritto, portando due esempi concreti, qui. Le domande a cui dobbiamo trovare risposta riguardano il modo in cui possiamo superare le inerzie e i limiti dell’editoria tradizionale mantenendo, ri-definendoli, i suoi migliori standard di funzionamento (e, se posso permettermi: Scrivo.me è complessivamente una possibile risposta a questa esigenza).

Mi si perdoni la poco elegante autocitazione: due anni fa mi divertivo a chiamare in causa un altro pezzo da novanta della filosofia, Michel Foucault, e scrivevo:

Possiamo immaginare e quindi sforzarci di costruire una funzione editoriale diffusa, dove la selezione e il rischio d’impresa (i due elementi costitutivi del mestiere d’editore) siano condivisi con autori e lettori? Se Foucault certifica la morte dell’autore e la nascita della funzione-autore, possiamo noi dare il benvenuto a una funzione-editore «caratteristica di un modo di esistenza, di circolazione e di funzionamento di certi discorsi all’interno di una società» digitale?

A due anni di distanza questo compito è sempre più urgente: ridefinire gli stessi termini del problema, il nostro stesso linguaggio, le nozioni che adoperiamo, a partire da queste: autore e qualità. Hegelianemente, conservando e superando.

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Rubrica: L'elzeviro, Top post

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