Pablo Amargo: l’ebook e le app non uccideranno il libro come manufatto di pregio

Pablo Amargo: l’ebook e le app non uccideranno il libro come manufatto di pregio Pablo Amargo © per The Illustrated Bologna Children's Book Fair Survival Guide - © Mimaster 2013

Sono i giorni del freddo e con Pablo, che ho conosciuto tre anni fa per il suo primo workshop in Italia (e forse in assoluto), si parla di casa sua, Oviedo in Asturias. Terra di carbone e di miniere,  che di là chiamano significativamente: Mordor. Pablo è un rigoroso concettuale, dal segno pulito ed elegante come pochi, lontano dai colleghi americani per maggior raffinatezza, che si esalta nei suoi rari splendidi libri. La cura del dettaglio, della carta e della stampa che adopera in questi, ci fa parlare spesso dello stato dell’editoria spagnola, a confronto con quella italiana e del tema dell’auto-pubblicazione. Si finisce sempre con la pacca consolatoria sulla spalla. Ma il tema è intrigante.

 

“In Spagna”, mi dice Pablo, “per la crisi l’opinione sull’autoproduzione è cambiata radicalmente. Quando si pubblicavano molti libri e con molte sovvenzioni pubbliche all’editoria, l’interesse verso l’auto-pubblicazione era davvero basso e limitato a quei pochi che lo facevano per puro stimolo artistico. Il messaggio che, invece, ora sta arrivando è che se c’è una richiesta anche minima, io produco. Ora che il mercato editoriale si è tanto drasticamente ridotto, si moltiplicano iniziative di questo tipo, che non sono piccoli editori (che, anzi, chiudono) ma proprio gruppi o cooperative o singoli autori che si auto-pubblicano le opere in tirature basse o da collezione. Un esempio è un gruppo di Saragozza che si chiama Sin pretenciones, che appunto funziona come una cooperativa, autofinanziandosi le pubblicazioni. Al momento hanno prodotto una prima edizione e ha funzionato piuttosto bene, perché ha suscitato molta attenzione intorno al progetto in sé, neppure tanto per i libri. L’idea che ci fosse un gruppo che si stesse auto-producendo, di per sé fa parlare e crea interesse. Il punto, a mio parere, è che una cosa è auto-prodursi un libro, altro è mettere in piedi una produzione editoriale: è un percorso, una traiettoria, una visione non solo una produzione. E per questo è importante la varietà e la pluralità di pubblicazioni, anche quando l’editore sia per scelta o necessità piccolo”.

 

Secondo Pablo, quando gli autori si dedicano al mestiere che non è loro, quello dell’editore, si crea un idra con molte teste. Una, che si devono occupare di tutto tranne lavorare, disegnare, illustrare o scrivere che è invece il loro principale lavoro; l’altra si collega alla parte amministrativa, fiscale, gestionale, d’impresa che è quella più stancante, perché specifica, tecnica, propria dell’attività di editore, non dell’autore.

 

Gli racconto la conversazione fatta qualche settimana fa con Pietro Corraini, che nella Libreria 121 Ex-temporanea di Milano dedica uno scaffale soltanto alle auto-produzioni e su questo argomento ha idee molto nette e positive.

 

“Certo, chi si auto-produce salta il problema della distribuzione, del magazzino, che è il problema principale attualmente degli editori. Ma le copie, per quanto poche, chi le distribuisce? L’autore stesso? Le tiene in casa e le porta, copia per copia, nelle librerie, nelle fiere, le consegna porta a porta a chi si prenota su un sito, su eBay o aprendo un e-commerce privato? Per quanto piccolo il giro, tocca tenere un registro delle richieste, delle vendite, preparare i pacchetti, confezionarli, portarli a un corriere o alle poste per le spedizioni. Inoltre, in Spagna, spesso non ci sono librerie interessate a comprare queste produzioni, a tenerle negli scaffali insieme a tutti gli altri libri che faticano comunque a vendere. Producendosi da soli 6, 7 o 10 copie di un libro, si è magari in grado di venderle anche da soli, ma da noi non c’è alcuna libreria che sia interessata o disposta a farlo.”

 

“C’è poi l’altra faccia dell’auto-produzione che è l’autopromozione: così facendo, si pubblicizzano i laboratori per bambini o in generale le conferenze, che richiamano pubblico e consentono quindi di vendere in proprio le opere. Un circuito che vale poi anche nelle fiere, dove spesso gli autori si portano i libri e li pubblicizzano con gli agenti o i responsabili vendita delle case editrici, perché li prendano in considerazione. A me, personalmente, non è una pratica che conquisti o convinca. È forse perfino eroico questo dispendio di energie e di talento anche promozionale, ma io non lo sento adatto a me. Preferisco che il mio lavoro sia rappresentato da qualcun altro, che lo venda, lo valorizzi molto meglio di quanto potrei farlo io, che non mi sento adatto a caricarmi anche di un talento da venditore o da agente. Sento qualcosa di strano nel mettersi a vendere la propria opera, sentire la tensione di recuperare il denaro impiegato nel produrti, come se non bastasse tutto il lavoro creativo e il tempo impiegato a crearla. Sento che deve esserci un elemento caratteriale, un’attitudine – che, sia chiaro, io pure ammiro – che ti consenta di farlo senza avere il mio imbarazzo”.

 

Pablo arriva ad una conseguenza che segna il suo percorso aurorale da sempre e di cui avevamo parlato anche al nostro primo incontro, quando mostrandogli un iPad e le prime app interattive, digitali e animate, Pablo fu intrigato dal potenziale del mezzo ma pure allarmato. Non convincendolo a pieno la scelta drastica, ad esempio, di un grande autore come Ajubel di prodursi in proprio tutto, rinunciando al libro tradizionale e virando completamente sulle app e sui giochi.

 

“In un mondo editoriale in cui la produzione è digitale, dunque in quanto tale, il modo produttivo anche può cambiare con il modificarsi delle tecnologie, l’opera che dà ancora il senso di persistenza, di durata, è quella di carta”.

 

Le app e gli ebook interattivi possono essere il vero mercato del futuro prossimo, ma ogni anno vediamo modificarsi i software, le piattaforme i modi di produrli e ancora non c’è uno standard che abbia ottimizzato la produzione e si sia imposto sul mercato digitale. Siamo ancora in quella fase esplorativa, come ai tempi in cui il Betamax sgomitava con il VHS per imporsi come standard di lettore e non vinse esattamente il sistema di miglior qualità.

 

“Quello che credo è che la carta, soprattutto in prodotti editoriali di qualità, curati in ogni dettaglio, resterà nelle librerie, nei luoghi deputati alla vendita e alla lettura e più dei prodotti digitali, è il segno, la constatazione concreta, fisica, del tuo passaggio come autore nel mondo.

 

Così Pablo vede anche l’auto-produzione: io disegno e quindi “segno” il mio essere concreto nel mondo, nella comunicazione e produco piccole cose per pochi che mi apprezzano, non per un’esigenza produttiva, di vendita. Ecco che quindi si tratta di edizioni curate, raffinate, personalizzate che parlano di me ma non parlano di altri e non presumono di rappresentare altro da me. In parallelo, questo si fa ogni volta che si fanno tirature limitate delle proprie illustrazioni, si vendono durante le mostre, in gallerie specializzate, essendoci anche di questo aspetto più artistico un mercato, a volte anche buono, sebbene in Spagna come in Italia sia scarso e non abbia il peso della Francia o degli Stati Uniti. Ma sull’auto-pubblicazione, non mi posso aspettare il beneficio economico che, invece, è la naturale ambizione della pubblicazione con un editore, la diffusione, la co-edizione, le royalties.

 

Pablo Amargo © per The Illustrated Bologna Children's Book Fair Survival Guide -  © Mimaster 2013

Pablo Amargo © per The Illustrated Bologna Children’s Book Fair Survival Guide – © Mimaster 2013

“Fuori da un discorso commerciale, l’auto-produzione mi pare interessi l’idea della memoria di te come autore, della tua opera, fra i tuoi familiari e ammiratori o gli studiosi che, magari, un giorno potranno scriverne. Non ci sono benefici economici, ma artistici, perché ci sono solo costi. C’è la soddisfazione di questa esperienza, del farlo con criterio artistico, sperimentando tecniche di stampa, lavorando magari in piccoli gruppi dove ciascuno eccelle nella sua professione: progettisti, grafici, packagers, autori, stampatori, rilegatori, etc. E ne conosco di bravissimi che hanno deciso di non voler avere più imposizioni dagli editori, dagli editor o dagli uffici marketing per le loro opere, ma di essere i soli responsabili di queste. È una libertà artistica, ma non è mercato, non c’è competizione perché questa produzione non avrà mai neppure il volume pur ridotto di un piccolo editore.”

 

“Credo che gli autori si auto-pubblichino quando desiderano essere pienamente soddisfatti e avere il controllo completo, e lo capisco perfettamente, perché ci sono editori che lo fanno per guadagnare, non per la qualità di quello che producono o per un discorso culturale. E gli editori di qualità, non fanno uscire così tanti titoli da consentire a tutti di pubblicare. Quindi, c’è spazio per ogni tipo di proposta alternativa, anche per queste simboliche, belle perché creano un’aneddotica dell’impresa artistica e autoriale, ma non certo perché siano davvero alternative ad un mercato editoriale in crisi o si possano sostituire ai grandi editori”.

 

È come pensare al baratto come ritorno ad un’economia sana, in contrasto con la finanza selvaggia di oggi. Bell’idea, ma quanto praticabile e realistica? È un granello nella spiaggia.

“Credo che gli editori possano vedere con interesse questi tentativi, anche trarne ispirazione o spunti, inserendo alcuni esperimenti nella propria linea editoriale, creando collane o diverse edizioni, ma non cambierebbero certo sistema produttivo né si potrebbero mai sentire minacciati da quattro piccoli autori che se la raccontano fra loro”.

È altro che minaccia il mercato editoriale, sono le politiche distratte e incompetenti quando non assenti, non certo la libera iniziativa degli autori. Come il cinema non uccise il teatro e la televisione la radio, così l’ebook e le app non uccideranno il libro come manufatto di pregio, come oggetto con la sua peculiare concretezza. È la differenziazione che, come in natura la bio-diversità, genera vitalità.

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Rubrica: Hotel Visual, Top post

  • Scritto da:

  • Ivan Canu
  • Ivan Canu lavora a Milano come illustratore e scrittore (Salani, Gakken, Casterman, Principi & Princìpi, Pearson, De Agostini, The New York Times Book Review, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Capital, Einaudi ragazzi, Rizzoli, Médecins sans Frontiéres). Selezionato su American Illustration e Communication Arts. È stato art director della Fondazione Internazionale Balzan e della rivista Hystrio. Ha curato per l’AI-Associazione Illustratori il catalogo della mostra Favorisca, Carpi 2006 e gli Annual Illustratori italiani 2006, 2007 e 2008. Dal 2009 è direttore del Mimaster di Illustrazione di Milano.


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