Michela Monferrini: per scrivere allenatevi alla solitudine e alla pazienza

Michela Monferrini: per scrivere allenatevi alla solitudine e alla pazienza Chiamami anche se è notte di Michela Monferrini (particolare della copertina)
Oggi chiacchieriamo di scrittura, di pubblicazione e anche di nuoto con Michela Monferrini, autrice al suo esordio con Chiamami anche se è notte (Mondadori).

 

Come sei arrivata a scrivere il tuo libro?

Quando ho compiuto 25 anni – e ho iniziato a scrivere il libro, pochi giorni dopo – mi sono accorta di una cosa banale e però vera per la prima volta: se pensavo a quindici anni prima, potevo ricordare con esattezza. Ma dov’erano andati quei quindici anni di mezzo? Come avevano fatto a passare così, quasi in sordina? Il libro, allora, era il tentativo di raccontare una storia che avesse lo scorrere del tempo com’è sempre nella nostra percezione e mai negli orologi.

 

La pubblicazione di un libro richiede che l’autore interagisca con diverse professionalità all’interno di una casa editrice: quali di queste hai trovato più utili per il tuo lavoro?

Questo libro ha una storia editoriale forse diversa dal consueto, perché è stato finalista al Premio Calvino 2012 per inediti (si chiamava Gennaio come) e dunque aveva già una sua forma “finita”. È sul terreno dei suggerimenti che si è lavorato più specificamente con la casa editrice, andando a colmare piccoli vuoti narrativi, riprendendo qualche filo non sviluppato. Devo ringraziare anche l’ufficio grafico che mi ha proposto per la copertina l’opera fotografica Fairy book di due giovani artisti, Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto: dà continuità stilistica tra forma e contenuto.

 

Ci segnali un punto del libro o una frase di cui sei particolarmente fiera? E ci spieghi perché hai scelto proprio questa frase?

Non sono fiera delle mie parole, però posso essere soddisfatta quando riesco a esprimere qualcosa così come la sento, in modo autentico. Allora sceglierei questo passaggio:

 Poi, all’improvviso, un picco più alto di tutti, una retta che sale e non scende, la nascita di un figlio, l’elettrocardiogramma che impazzisce, la tua biografia che sfocerà come sfociano i fiumi, nella biografia pulita di un cuore nuovo.

Qui c’è un po’ il senso del libro: c’è il tempo personale che si dilata diventando il tempo di un altro. È un tempo che non conosce sconfitte, anzi, è la vita che annulla l’esistenza del tempo, che rompe tutti gli orologi.

 

Quali altri autori avevi come punti di riferimento mentre scrivevi il libro?

Parlare di autori che sono più o meno inconsapevolmente punti di riferimento è difficile: nella testa di chi è anzitutto un lettore esistono città sovraffollate di autori amati (e persino non amati, anche se stanno più nascosti). Però: mentre iniziavo il libro ero molto colpita da un libro e da un film. Io sono febbraio è una favola poetica, gotica, primo romanzo dell’americano Shane Jones. Il film, sceneggiato dagli scrittori Dave Eggers e Vendela Vida, è Away we go (American life, da noi) di Sam Mendes. Una leggerissima, profonda storia sulla ricerca di un proprio posto nel mondo.

 

Come hai scelto il linguaggio che hai utilizzato nel libro?

Leggo molta poesia contemporanea, anzi, come capita soprattutto con la poesia, non è questione di lettura ma di rilettura: la poesia riletta, inconsapevolmente imparata, o mandata a memoria (proprio come facevamo a scuola e qualcuno vorrebbe non venisse più fatto), crea nella testa quel che creano le canzoni, la musica: un ritmo. Il linguaggio ne risente, ma non è necessariamente un vantaggio, anzi, bisogna stare attenti, non far sì che quel ritmo diventi manierismo, tenerlo a bada inseguendo la chiarezza, la trasparenza. È un lavoro – la ricerca del proprio linguaggio – che può durare una vita e anche fallire.

 

Oltre a scrivere lavori come istruttrice di nuoto. Quali parallelismi vedi tra nuoto e scrittura?

Moltissimi hanno accostato il nuoto alla scrittura: Fitzgerald, La Capria, Pavese tra gli altri, e così tanti sono stati gli scrittori che hanno amato “letterariamente” il nuoto, che al tema è stato dedicato un libro prezioso, L’ombra del massaggiatore nero, di Charles Sprawson. Il nuoto allena alla pazienza e anche alla solitudine, che sono due cose buone per certa scrittura, ma è soprattutto nella lingua che si gioca il loro legame: la parola stile li accomuna. Oggi, editorialmente scherzando, vanno molto di moda i velocisti, ma la mia gara da ragazzina agonista erano i 200 metri delfino. Mi serviva tanta resistenza.

 

Qui sotto puoi sfogliare le prime pagine del romanzo di Michela:

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Edoardo Brugnatelli
  • Nato nel 1956 (era presidente Gronchi). Laurea in Filosofia all’Università di Pavia. Per anni ho giocato (da brocco) a rugby. Suono male diversi strumenti a corda. Lavoro in Mondadori dal 1990: ho cominciato come redattore e ho finito per dirigere una collana (questo ci dice che c’è una speranza per tutti). Ho tre figli e un giro vita importante. Sto imparando il bergamasco.


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