Accento grave e accento acuto: qual è la differenza?

Accento grave e accento acuto: qual è la differenza? Illustrazione: Studio Armad'illo / Lorenzo Gritti

Alle elementari mi avevano insegnato che nella lingua italiana ci sono cinque vocali: a, e, i, o, u. In realtà nell’italiano parlato le vocali sono sette: a, è, é, ò, ó, u. Infatti la “e” e la “o” si possono pronunciare aperte o chiuse. Per distinguerle si usa

  • l’accento grave quando la vocale è aperta,
  • l’accento acuto quando è chiusa.

 

Ma qual è l’accento grave e quale quello acuto? L’accento grave è quello che “scende” (è), l’accento acuto è quello che “sale” (é). Naturalmente leggendo da sinistra a destra.

 

C’è un dubbio che a volte assilla chi cerca di parlare e scrivere in modo corretto: decidere quando la “e” e la “o” sono aperte e quando sono chiuse. Le inflessioni dialettali  ingannano. La soluzione è cercare la parola su un dizionario. In Rete ce ne sono tanti, ma il più utile a questo scopo è il DOP, Dizionario d’ortografia e di pronunzia, della Rai, che ci fa anche ascoltare le parole pronunciate da uno speaker.

 

All’interno delle parole l’uso dell’accento fonico viene usato solo se è indispensabile. È inutile precisare che con il trapano si pratica un fóro, mentre uno studente in giurisprudenza spera di diventare un principe del fòro.

 

Come abbiamo visto nella precedente puntata, in italiano l’accento è obbligatorio solo sulle parole tronche (accento tonico). In quelle che terminano con la “o”, questa è sempre aperta. Quindi scriviamo senza problemi perciò, pagherò eccetera.

 

Con la “e” la questione è più complicata, perché alla fine di una parola tronca può essere

  • aperta (è, caffè, lacchè) oppure
  • chiusa (perché, affinché e tutte le parole che terminano in “–che”).

 

Per decidere quando usare l’uno o l’altro accento si può ricordare l’espressione “perché è”, nella quale i due accenti convergono come le falde di un tetto (la regola della casetta).

 

Nel dubbio, pensa qualcuno, forse si può usare l’apostrofo o l’apice (e’, perche’, chissa’). No, è un errore di ortografia: l’apostrofo e l’apice (vedremo nelle prossime puntate la differenza) hanno altri significati. Agli albori dell’informatica era complicato scrivere caratteri non presenti nella lingua inglese e l’uso degli apici al posto degli accenti poteva essere tollerato nei testi senza pretese di correttezza ortografica. Oggi non ci sono più scuse.

 

Inoltre è facile: quando scriviamo con una tastiera italiana, usiamo sempre le lettere accentate che si trovano sui tasti scrivendo in minuscolo. Solo con le parole che terminano in –ché premiamo il tasto delle maiuscole.

 

Come si fa con la frequentissima “È”, che non è presente sulle tastiere? Per risolvere il problema basta andare nelle opzioni dell’elaboratore di testi e inserire la correzione automatica da “E‘” con l’apostrofo a “È” con l’accento grave.

 

Buona scrittura a tutti.

 

Parole chiave: #, #

Rubrica: Manuale di redazione per il self-publisher, Top post

Commenta su Facebook

commenti

0 Comments

Trackbacks/Pingbacks

  1. Giuseppe Patota - Prontuario di grammatica - Scrivo.me - […] Non facciamo finta di nulla, non nascondiamoci dietro un dito. Chi di noi non si è mai trovato nell’imbarazzante ...
Email
Print