La sonorità delle parole

La sonorità delle parole Illustrazione: Studio Armad'illo / Nina Cuneo

Prima ancora di essere uno strumento per veicolare il significato (la parola «albero» sta a indicare «ogni pianta con fusto eretto e legnoso che nella parte superiore si ramifica»), le parole sono dei suoni. Spesso succede di rimanere affascinati dal suono di una parola senza conoscerne il senso. A me ad esempio è successo con la parola «princisbecco» usata da Collodi nel Pinocchio e ripresa anche da Tommaso Landolfi nella traduzione de Il naso di Gogol’ (prendete il dizionario e vedrete che l’espressione «rimanere di princisbecco» significa «rimanere di stucco», «stupirsi»). In un’intervista Giorgio Manganelli ha confessato in modo provocatorio: «Personalmente, credo che le parole siano certamente un suono, ma non sono sicuro che abbiano un significato».

 

Il suono delle parole è importante. Ne La O larga, un racconto di Achille Campanile, un giovanotto sussurra una porcheria all’orecchio della contessa Mara, collaboratrice di un rotocalco su cui tiene una rubrica mondana intitolata «Sono tutta per voi»; dopo aver ascoltato il giovanotto la contessa prontamente sviene. La nobildonna aveva scritto: «Se avete un quesito da porci, rivolgetevi a me che sono qui per soddisfarvi». Il giovanotto si giustifica: «Che posso sapere io, leggendo, se una vocale è stretta o larga? Ho letto “Una domanda da porci”, e ho rivolto una
domanda da porco».

 

A proposito del suono delle parole pensiamo alle onomatopee, parole che cercano di imitare i rumori naturali. Nelle prime stampe della poesia Nozze di Giovanni Pascoli, compresa nella raccolta Myricae (1891), il linguaggio dell’usignolo è così espresso:

zi zizi ziro ziro ziro ziro ziro ziro
zullullullullullullullillillilli

 

E che dire poi delle parole inventate? Le Fanfole di Fosco Maraini sono poesie in cui le parole hanno perduto il loro significato e sono rimaste solo come puri suoni, scintille musicali. In questo caso la parola, dice Maraini, è rigirata, rivoltata come un guanto per gustarne i valori
cromatici e tattili, i sapori e gli umori, la pelle e il profumo.
Questo è l’inizio della poesia intitolata Il giorno ad urlapicchio:

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infrangelluto

 

Detto questo, vi propongono un esercizio sul suono delle parole.
Partiamo dai giochi allitterativi di Toti  Scialoja in cui il poeta si abbandona e si lascia coinvolgere in un turbinio di accostamenti puramente fonetici:

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino
tanto va la gotta al tardo che si sfascia lo scarpino
tanto va la ghetta al sardo che l’allaccia sul gradino
tanto va la ghiotta al nardo che lo struscia col linguino
tanto va la grappa al bardo che rintraccia il suo destino.

Cerco l’ago nel pagliaio
cerco l’ego nel migliaio
cerco l’ergo nel bisbiglio
cerco l’agro nell’intruglio
cerco il largo nel risveglio
cerco il drago nel vermiglio.

 

Allora l’esercizio consiste in questo: scegliete una frase, una frase qualsiasi a vostro gradimento, tipo la seguente:

c’è un gatto sul tavolo che balla

e fatene una serie di varianti, alla maniera di Toti Scialoja. Mi raccomando, mentre scrivete, non
pensate al significato delle parole, ma solo e esclusivamente al loro suono.
Ad esempio:

c’è un getto sul cavolo che bolle
c’è un greto da favola che brilla
c’è un guitto che al diavolo strilla
c’è un ratto col mestolo che sballa

e via di seguito fin tanto che vi è possibile.

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Rubrica: Ipsi dixerunt, Top post

  • Scritto da:

  • Paolo Albani
  • Sono nato il 3 dicembre 1946 a Marina di Massa, nella casa di mia zia Tecla, in una stradina lunga e stretta che porta fino al mare. Scrittore (nel senso lato "che scrivo"), poeta visivo e sonoro, performer, sono membro dell'OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale) e... ((la biografia di Paolo continua qui


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commenti

4 Commenti

  1. c’è un tasto sul fittavolo che bolle
    c’è un fatto sul rivolo che brulla
    c’è un fusto sull’abitacolo che impalla
    c’è un pasto sullo scivolo che barcolla
    c’è un pesto sul nespolo che si pialla
    c’è un casto nel binocolo che s’installa
    c’è un rifatto sull’angolo che trastulla
    c’è un patto col trisavolo nella stalla
    c’è un posto col diavolo che s’accavalla
    c’è un coatto sul rantolo che sfarfalla
    c’è un bigotto sul tubolo che traballa
    c’è un cotto sul circolo di Dalla
    c’è un matto sul vocabolo già a galla
    c’è un mastro nel capitolo sulla spalla
    c’è un piatto sull’ombelico che sparpaglia
    c’è un misfatto sul frivolo che s’avalla
    c’è un tratto sul nuvolo che s’affolla
    c’è un fritto sul cumolo che crolla
    c’è un frutto sul pendolo che strilla
    c’è un fatto sul grappolo che monella
    c’è un botto sul miagolo che favella
    c’è una botte sul mugolo in cella

    e, a proposito di parole inventate:

    c’è un gasto sul trìfolo che s’infella
    c’è un fristo sul trùfolo che s’infalla
    c’è un brusto sul frùnfolo che sfrilla
    c’è un tritto sul gàngolo che barbaglia
    c’è un bretto sul fràstolo che malla
    c’è un litto sulla zinzilla che sfivilla
    c’è un catto sul favolo che zalla

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    • La redazione di Scrivo.me

      Bravo!

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  2. Interessante! E’ come riprendere il corso di scrittura che ricordo sempre con piacere…

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  3. c’è un retto con l’ angolo che balla
    c’è un tratto del cordolo che crolla
    c’è un matto sul dondolo che trilla
    c’è un tacco del sandalo che s’impiglia
    c’è un becco al pascolo con famiglia
    c’è un vecchio col pendolo in spalla
    c’è uno specchio sul tavolo che traballa
    c’è un fatto che allo scandalo s’appella
    c’è un patto fra la bambola e una stella

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