L’autopubblicazione secondo Pietro Corraini

L’autopubblicazione secondo Pietro Corraini

“Io son contento, è andata bene no?” Fra gli scaffali della Libreria Ex Temporanea 121 in via Savona, nel cuore “modaiolo” della Milano sui navigli, Pietro Corraini si rilassa dopo la presentazione del progetto “Un sedicesimo” realizzato durante il suo corso di grafica della pagina al Mimaster.

 

Santa Lucia

Il Sedicesimo è una creatura di cui Pietro – grafico e anche art director della casa editrice mantovana della famiglia Corraini – va molto fiero, perché negli anni ha visto designer, architetti, illustratori, autori di tutto il mondo prestarsi a comporre in piena libertà le 16 pagine che sono la base dell’editoria classica. Su questo format Pietro ha fatto lavorare i 14 “apprendisti” della classe Mimaster, sul tema natalizio: Santa Lucia. Un esercizio di progetto e di auto produzione, chiuso proprio in libreria con la taglierina e i punti metallici: 14 sedicesimi esposti al pubblico nelle settimane delle feste natalizie.

 

“In libreria abbiamo tante cose autoprodotte, cercando di fare comunque una selezione del meglio che c’è in circolazione. Non sempre si riesce, a volte ci scappano delle vaccate tremende (sic), ma è un momento in cui è molto à la page. Affrontiamo macro-crisi dei sistemi di produzione, distribuzione, promozione e vendita. In questo momento coincidono con un crollo dei costi delle tecnologie che servono per prodursi in proprio, con una qualità che non è certo quella della stampa offset, ma ci si avvicina molto. Dalle nuove stampanti digitali a quelle 3D, che si possono acquistare in proprio senza costi eccessivi, al movimento dei makers che è tanto attivo per quanto ancora con numeri inferiori alle potenzialità espressive.

 

“C’è un mercato, c’è richiesta di prodotti, anche se non tale che possa giustificare la produzione industriale. La difficoltà di accesso per i giovani autori al mondo dell’editoria e della produzione di immagini e non solo, in Italia è causata anche da pigrizia e insipienza generalizzata, molto dagli editori che sono tanto rigidi ancora nel recepire la richiesta di autoproduzione, che non hanno a volte una solidità economica che consenta loro di seguire anche progetti sperimentali, meno redditizi del best seller, ma di sicuro più stimolanti”.

 

Pietro considera che i giovani sono percepiti dagli editori come un rischio, perché non garantiscono a priori la vendita del prodotto, ma anche la qualità della proposta. Certo, l’autoproduzione all’estero è già molto sviluppata e vissuta, stratificata e di per sé una realtà economica. Si sta innestando un sistema che altrove è in stadio avanzato, mentre ancora in Italia anche tante scuole di design, grafica, illustrazione fanno corsi di progetto e teoria della produzione, dimenticandosi la parte concreta, del fare.

 

“Al corso Mimaster su In Design abbiamo affrontato in una settimana il programma di impaginazione con il piglio concreto del fare: partire da un’idea e vederla stampata e rilegata, finita perché è stato dato un tempo contingente per chiudere il prodotto. È importante la meta-progettualità e il discorso teorico intorno anche ad un programma così pratico come InDesign, ma quello che ci serve e serviva ai ragazzi era di metterlo in pratica sulle loro idee, ciascuno per le sue capacità anche di illustratore, aggiungendovi le nozioni di base per sviluppare il prodotto finito”.

 

I Sedicesimi che sono scaturiti, sono un’ideale autoproduzione, che l’illustratore può spedire ai suoi potenziali clienti al posto del portfolio standard o della cartolina o del link al sito. Il prodotto ben fatto, personalizza il concetto del portfolio e si presta all’apprezzamento di chi cerca non una “mano” ma un produttore di contenuti e di contenitori, un risolutore professionista di problemi.”

 

“Adesso la pressione è tale che, dopo anni in cui non succedeva nulla, è bastato scoperchiare la pentola che tutti con una fotocopiatrice si producono la qualsiasi, comprese le puttanate stratosferiche (sic). Le fotocopie mosse andavano bene negli anni ’70, quando le faceva Mulazzani in studio e quando Toccafondo ne ha fatto uno stilema di altissimo pregio artistico. Ma nel 2013 non è pensabile ancora usarlo come scusa di sperimentazione. La cosa principale per autoprodursi un’idea è che valga la pena tutto quello sforzo creativo, tecnico e il più banale spreco di carta”.

 

La cura, l’amore per quel che si fa: tenendo conto che a un certo punto, da autori si può diventare editori: ”Autoprodursi va bene, ma attenzione, non è solo autopromozione, perché quando ho dei titoli, ho delle librerie che li distribuiscono, ho dei prodotti e una serie di tipografie che mi sostengono con la loro qualità, gli autori di testi e di immagini che chiamo e con cui collaboro: ecco, chiamarsi autoproduzione è una scusa per autoassolversi dalle responsabilità che l’essere editori comporta, per non confrontarsi col mercato. Amo quel che faccio, ci metto al massimo, autoproduco e quindi affronto da professionista dell’editoria il mio lavoro.
Non sarà il lavoro principale, potrà restare una passione, un gioco e allora si pensa di arrivare a un certo livello. Ma altrimenti diventa una professione parallela. Il caso di Print About Me: sono ragazzi che fanno i grafici, altri lavori, ma hanno creato una professione. E i prodotti sono validi come quelli degli editori più grandi. O Strane Edizioni nelle Marche. Non Milano, quindi. Si fa tutto ovunque e la qualità si confronta con le grandi tipografie, come vera sfida dell’autoproduzione adesso. Il design e la produzione di oggetti l’ha recepita al meglio, non più l’idea che basti il “fatto in casa”, ma che questo significhi farlo bene, progettarlo bene, con una ragion d’essere in sé che si confronta col mercato”.

 

“La digital fabrication aiuta molto, che dall’idea possa realizzarti da te, con pochi costi produttivi, il prodotto e che attraverso il crowd founding lo metta sul mercato e ti confronti con le produzioni industriali, non dico alla pari, ma senza il gap al negativo che fino a pochi anni fa era scontato. Prenderà sempre più piede che una cosa fatta bene e consapevole ha mercato.

 

“Chi produce contenuti e poi anche il prodotto relativo, il contenitore, sfugge quindi all’alibi che se questo è fatto male è per colpa tua e non perché il grafico ha male impaginato i tuoi disegni, l’editore vi ha imposto il lettering sbagliato e le fascette mortificanti o lo stampatore cinese ha invertito le ciano. Non ci sono più i cattivi: sei tu. Ed è incredibilmente rilassante che per questi prodotti, so che devo trovare 200 lettori e non ventimila, perché l’ho pensato per quei 200. Questo è il modo migliore di autopromuoversi, autoproducendosi al meglio, consapevolmente”.
Libertà d’espressione è prima di tutto responsabilità

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Rubrica: Hotel Visual

  • Scritto da:

  • Ivan Canu
  • Ivan Canu lavora a Milano come illustratore e scrittore (Salani, Gakken, Casterman, Principi & Princìpi, Pearson, De Agostini, The New York Times Book Review, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Capital, Einaudi ragazzi, Rizzoli, Médecins sans Frontiéres). Selezionato su American Illustration e Communication Arts. È stato art director della Fondazione Internazionale Balzan e della rivista Hystrio. Ha curato per l’AI-Associazione Illustratori il catalogo della mostra Favorisca, Carpi 2006 e gli Annual Illustratori italiani 2006, 2007 e 2008. Dal 2009 è direttore del Mimaster di Illustrazione di Milano.


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