Charles Bukowski – Azzeccare i cavalli vincenti

Charles Bukowski – Azzeccare i cavalli vincenti

Lasciate perdere i cavalli (anche se figurano nel titolo), le puttane e le confezioni di birra da sei. Dimenticate l’arroganza dell’ubriacone, le spacconate da bar, la violenza e la miseria delle strade di Los Angeles. Evitate di prestare attenzione a quell’etichetta da scrittore maledetto che serve più a vendere libri che a spiegare alcunché. Leggete tra le righe di Bukowski.

È quasi normale – o per lo meno frequente – per uno scrittore affermato decidere di condividere le sue osservazioni sul mestiere di scrivere, talvolta in forma di consigli agli esordienti. Lo hanno fatto in tanti: da Virgina Woolf a Raymond Carver, da Fruttero e Lucentini a Vincenzo Cerami. Charles Bukowski, autore talmente prolifico da aver lasciato un’abbondante produzione postuma (a tutto beneficio dei suoi eredi…), invece no. Eppure in molteplici occasioni – per esempio in molte poesie – ha raccontato il suo modo d’intendere la scrittura: una sua raccolta poetica, per esempio, s’intitola E così vorresti fare lo scrittore?. L’unico libro in cui troviamo alcune sue considerazioni è Azzeccare i cavalli vincentiuna raccolta di saggi pubblicati tra il 1944 e il 1990 su varie riviste.

Si tratta più precisamente di una miscellanea visto che contiene un po’ di tutto, a partire dal saggio tecnico che dà il nome alla raccolta e che ha per sottotitolo Come vincere all’ippodromo, o almeno come riprendersi i propri soldi (bisogna confessare che l’edizione originale inglese ha un nome assai più evocativo: Portions of A Wine-stained Notebook). In apertura troviamo Conseguenze di una lunga lettera di rifiuto, il primo racconto mai pubblicato da Bukowski, all’età di 24 anni, e appare subito chiarissimo quel crudo realismo che lo caratterizzerà sempre:

D’altronde scrivevo da due anni appena. Due brevi anni. A Hemingway ce n’erano voluti dieci. E Sherwood Anderson aveva già quarant’anni prima che gli pubblicassero qualcosa.

La sua proverbiale irriverenza la ritroviamo più avanti, in Sulla matematica del respiro e dello stile:

Qualcuno mi ha chiesto: “Bukowski, se insegnassi a un corso di scrittura cosa chiederesti loro di fare?”. Io gli ho risposto: “Li manderei tutti all’ippodromo e li costringerei a scommettere cinque dollari su ogni corsa”. Quel coglione pensava che stessi scherzando [...] Ciò che serve a quelli che vogliono diventare scrittori è essere messi in un ambiente che non possono manovrare con giochini deboli e sporchi.

Per i temi che tratta – e soprattutto per la ripetitività con cui li tratta – Bukowski non piace a molti. Altri, per argomentare il loro giudizio negativo, fanno appello allo stile troppo asciutto, quasi grezzo, della sua scrittura. Ma al di là dei gusti la grande e fondamentale lezione dell’ubriacone di L.A. è una: se si vuole diventare scrittori bisogna imparare a versare la vita nella scrittura. E se hai intenzione di provarci, vai fino in fondo, altrimenti non comincare neanche.

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Rubrica: Lo scaffale del self-publisher

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  1. A che ora inizia a scrivere un vero scrittore? - Scrivo.me - […] .00 E il più dormiglione di tutti? Non poteva che essere Charles Bukowski. Lui non si alzava mai dal letto ...
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