Walter Banjamin – Il narratore

Walter Banjamin – Il narratore

Se vi capita di fare un giro in macchina in Catalogna, potreste ritrovarvi in un paesino molto prossimo al confine francese, di nome Portbou. Un paesino come tanti della Costa Brava, pacifico, sul mare, gradevole. E famoso come il luogo in cui ha perso la vita Walter Benjamin. Se vi capita di passarci, troverete un’installazione architettonica di grande impatto, realizzata dall’artista israeliano Dani Karavan: una scalinata sul pendio di una montagna che precipita letteralmente in mare.

In questi casi si direbbe, con linguaggio televisivo, che Benjamin “non ha bisogno di presentazioni”. Ma non è vero: una personalità come la sua sfugge alle etichette e alle definizioni, tant’è che se ne necessitano diverse per dare un’idea del suo operato: filosofo, scrittore, critico letterario, traduttore. Verrebbe da dire “intellettuale”, se questa parola non fosse stata così vergognosamente svilita da personaggi risibili.

Chi si occupa di digitale – per tornare a noi – farebbe bene a procurarsi e leggere al più presto il suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnicaun saggio breve, visionario per il tempo in cui fu scritto e illuminante invece per questo nostro presente. E chi si occupa di scrittura dovrebbe poi dedicare uno o due pomeriggi a Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicolaj Leskovdi recente pubblicato da Einaudi con delle note e dei commenti esplicativi a cura di Alessandro Baricco.

Il libro è del 1936: Benjamin prende a pretesto l’opera di Nicolaj Leskov, uno scrittore russo della seconda metà dell’Ottocento, per ragionare su che cosa significa narrare, o meglio essere narratore. Si tratta di un testo breve, poco più di un centinaio di pagine, diviso in ben diciannove capitoli; la scrittura di Banjamin è molto densa, procede per intuizioni più che per dimostrazioni, talvolta sembra aforistica – eppure non manca, e lo si nota procedendo nella lettura, un disegno complessivo. Le note di Baricco aiutano a svolgere il testo e a renderlo più comprensibile.

La conclusione è quasi commovente: la figura del narratore si pone sullo stesso piano dei maestri e dei saggi, di chi cioè è in grado di guidare l’esistenza, la propria e l’altrui. Il narratore è «la figura in cui il giusto incontra se stesso»:

Egli «ha consiglio» – non, come il proverbio, per certi casi, ma, come il saggio, per molti. Poiché gli è dato riferirsi a un’intera vita. (Una vita, del resto, che comprende in sé non solo la propria esperienza, ma non poco di quella degli altri. Nel narratore anche ciò che ha appreso per sentito dire si assimila a ciò che è più suo). Il suo talento è la vita; la sua dignità è quella di saperla narrare fino in fondo.

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Rubrica: Lo scaffale del self-publisher

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