Scrivere fa bene?

Scrivere fa bene? Illustrazione: Gianfranco Cioffi

Continua la rubrica della nostra amica Giorgia Biasini, in cui l’autrice self-published ci racconta come ha trasformato la pratica quotidiana di scrittura diaristica in strumento di cura nella sua lotta contro il cancro. L’articolo qui sotto segue le altre due puntate della storia).

 

Leggere le storie degli altri aiuta anche ad assestare il proprio linguaggio, ad approfondire ciò che altrimenti  si tenderebbe a rimuovere o a rappresentare con superficialità e permette di superare una fase monadica che spesso attraversa chi viene colpito da una malattia grave come il cancro: il racconto dell’altro distoglie da una concentrazione esclusiva su di sé e ribalta la convinzione che quel che ci succede non può essere compreso fino in fondo da nessuno. La tendenza a lasciarsi andare a una miscela letale di egoismo e vittimismo è stemperata dal richiamo solidale, tra pari, rafforzato dalla comune scelte della condivisione narrativa della propria storia.

 

Quando ho deciso di scrivere un libro per rielaborare a freddo la mia storia, utilizzando il blog e la memoria dell’esperienza precedente, al momento di decidere il titolo mi sono resa conto che la metafora bellica utilizzata per rappresentare il periodo che stavo vivendo – nella battaglia – non andava bene, mi stava stretta. Ho preferito sceglierne una che incarnasse meglio la condizione di precarietà, di rischio costante che si vive anche dopo essere guariti perché, come l’esperienza mia o di altre persone insegnava, il cancro può tornare o, peggio, può non andarsene più. E purtroppo continua, nonostante i progressi nelle cure, ad averla vinta e uccidere. Per questo ho scelto l’immagine del funambolismo, l’arte di restare in equilibrio sfidando il vuoto, camminando sopra una fune tesa per raggiungerne l’estremità, il punto di appoggio sicuro, senza precipitare. Il libro si chiama Come una funambola, perché è così che ho iniziato a sentirmi: allenata a sfide apparentemente impossibili, concentrata per non precipitare e continuare a vivere. Mettendo da parte eroismi bellici e un certo trionfalismo stucchevole che spesso si tende ad appiccicare alle storie di chi sopravvive al cancro.

 

Il cuore narrativo di ogni storia di malattia è invece quasi sempre un percorso di ricostruzione, metaforica e reale, dell’identità ferita, a prescindere dall’esito, che sia o meno fausto.

 

Utilizzando la scrittura il percorso di ricostruzione diventa più chiaro, il senso di smarrimento provocato dalla diagnosi lascia il posto a una volontà esplicita di guarigione e di vita, di apertura verso l’esterno perché la parola diventa un punto di congiunzione tra sé e l’altro: attraverso le parole che offro alla lettura e al commento, la mia sofferenza, la paura che attanaglia, il percorso di cura che ho intrapreso, viene condiviso e conosciuto. Non ci sono solo io e la mia malattia, io e il mio mondo – amici, familiari, medici, ma io, il mio mondo, e tutti i mondi che entrano in contatto con me, si contaminano e mi contaminano.

 

Leggendo le storie delle altre, osservando quali parole avevano scelto e sceglievano ogni giorno per raccontare il corpo a corpo con la malattia, ho iniziato a dare un peso maggiore all’uso delle metafore, ai nomi scelti da ognuno per definire il proprio cancro.

 

Sono nomi per lo più, e comprensibilmente, negativi, che indicano qualcosa di vivo che invade, attacca, minaccia la propria esistenza: nemico, mostro, bestiaccia. C’è invece chi, con uno sforzo riflessivo più profondo, vede e vive la malattia come parte di sé, una parte pericolosa, “sbagliata”, dolorosa, ma pur sempre originata dalle proprie cellule, dal proprio corpo. A guardar bene le due visioni hanno punti di contatto: il nemico può albergare dentro di noi, addirittura essere parte di noi stessi, e il nostro corpo, cedendo alle fratture dell’anima, può generare mostri che infliggono ferite profonde. Entrambi gli atteggiamenti vengono ad un tempo provocati ed esplicitati dalla scrittura, dalle parole scelte e dalle immagini evocate.

 

Una scrittura che parla di malattia è una scrittura che parla del corpo, della sua contingenza e fragilità, eppure proprio grazie alla scrittura è possibile riuscire a vivere nella contingenza senza crollare ad ogni passo incerto, o arretrare quando gli ostacoli sembrano insormontabili.

 

Nei cancer blog si trovano racconti di esperienze difficili, drammatiche, verrebbe da dire indicibili, eppure in questi diari è possibile dar voce a ciò che per troppo tempo è stato invece condannato al silenzio, oppure alle parole degli altri, declinate nel linguaggio specialistico, e per questo oscuro, della medicina. La malattia, la fragilità umana, il dolore, sono esperienze che possono essere descritte, ma per provare quell’empatia necessaria a comprenderle serve la testimonianza, la voce dei corpi che raccontano.

 

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Rubrica: Malattia e scrittura

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