La scrittura nella cura della malattia

La scrittura nella cura della malattia Illustrazione: Gianfranco Cioffi

 

Continua la rubrica della nostra amica Giorgia Biasini, in cui l’autrice self-published ci racconta come ha trasformato la pratica quotidiana di scrittura diaristica in strumento di cura nella sua lotta contro il cancro. L’articolo qui sotto segue quello della prima puntata.

 

La mia storia in presa diretta iniziò ad attrarre mie simili: donne che cercando in rete qualche notizia sul proprio tumore, s’imbattevano nel mio diario, scoprendo con un senso di liberazione che dallo stigma legato al cancro è possibile liberarsi combattendone l’occultamento comunicativo: il cancro si può raccontare e si deve rappresentare per quello che è, una malattia gravissima, mortale, ma curabile, di cancro non devono parlare solo i medici nei loro congressi, in televisione, negli ospedali, ma possono farlo anche i pazienti attraverso spazi narrativo dedicati alla propria esperienza. Spazi entro cui essere protagonisti assoluti, con la propria voce e con il proprio linguaggio, infrangendo tabù e consuetudini che portano, più o meno consapevolmente, come abbiamo visto, a preferire il silenzio e l’occultamento alla parola – nelle sue declinazioni più varie – e alla esibizione senza vergogna e senza scandalo delle proprie condizioni.

La consapevolezza di tutto questo mi è arrivato col tempo, quando iniziai a ricevere mail, messaggi privati, commenti talvolta anonimi, di persone che trovavano nel blog un po’ di conforto e l’incoraggiamento a trasformare il ruolo passivo di paziente in qualcosa di più attivo e consapevole.

In effetti sentivo di avere molte risorse in più rispetto alla precedente esperienza con il cancro, e la blogterapia era una di queste. L’atto di scrivere era di per sé una cura, e rappresentava anche uno strumento efficace per diffondere i mezzi diversi e complementari che utilizzavo per curarmi, bisturi e chemio, omeopatia e fitoterapici, yoga e qi gong.

Riportare fedelmente i colloqui che avevo con l’oncologo mi permetteva di riflettere a freddo sulla strada intrapresa ed essere consapevole di tutti gli ostacoli che avrei dovuto superare lungo il cammino, come gli effetti collaterali dei farmaci – dei quali non omettevo nomi e costo, benedicendo il nostro servizio sanitario che me li forniva gratis.

Dopo le cure, quando controllo dopo controllo ho avuto conferma che non avevo più il cancro, ho continuato ad utilizzare il blog per raccontare cosa resta della malattia quando non c’è più, le paure che tornano ad ogni esame, lo sgomento e il dolore quando le storie finiscono male, per le persone care perdute. Anche se non mi serviva più da supporto terapeutico, il blog continuava ad attrarre interesse e lettori essenzialmente per la particolarità di aver svolto quel compito, “sdoganando” un argomento delicato come il cancro facendone oggetto di condivisione pubblica. Qualcuno cercava conforto al dolore nell’esito felice della mia storia, altri invitavano parenti o amici malati a leggere i miei post, per trarre non solo incoraggiamento ma anche qualche consiglio pratico.

Anche il mio oncologo parlava di me e del blog alle sue pazienti, e quando capitava che una di loro mi scriveva che aveva iniziato a seguirmi provavo un’emozione particolarmente forte, scoprendo di essere diventata una specie di terapia complementare alle cure preziose del dottore.

La scrittura era parte integrante di un più complesso insieme di pratiche che avevo intrapreso per rendere più efficace il percorso di cura. Da paziente in balìa del fato e della medicina mi ero trasformata in protagonista attiva e consapevole dei propri mezzi di guarigione.

Quando ho incontrato per la prima volta Anna, che mi aveva scoperta casualmente cercando notizie in rete sul cancro al seno, dopo che le era stato diagnosticato, abbiamo sentito entrambe l’urgenza di rendere più stretti quei legami e di diffondere le diverse esperienze di cancer blogging. Il risultato di questa esigenza è arrivato dopo un anno, con il portale o meta-blog Oltreilcancro.it. La rete stava colmando, almeno in parte, l’assenza di spazi di comunicazione tra pazienti all’interno degli ospedali e rendeva possibile l’instaurarsi di relazioni umane profonde, fondate non soltanto sulla comune esperienza, ma soprattutto sul modo di viverla e di raccontarla.

(continua)

Parole chiave:

Rubrica: Malattia e scrittura, Top post

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