Peter Sìs: i segreti di un grande illustratore

Peter Sìs: i segreti di un grande illustratore

Peter Sìs. Foto: Mao Tosto

Da Brno a New York, Peter Sìs è a Milano per un progetto speciale: un workshop con la classe Mimaster basato sul suo capolavoro La conferenza degli uccelli, argomento anche dell’incontro aperto al pubblico di BookCity. Di una simpatia contagiosa, chiacchierone infaticabile, Peter si entusiasma fra i giovani e le loro personali visioni del poema sufi in cui gli uccelli, radunati dall’upupa, compiono un viaggio iniziatico alla ricerca del re Simurg per avere le risposte a tutte le loro domande, viaggio che li porterà alla consapevolezza che non un re è Simurg, ma l’unione delle loro individualità. Nello spirito di questo apologo, Peter conversa volentieri sul suo lavoro, come pensa ogni nuovo progetto, qual è la sua giornata, con chi si confronta mentre è concentrato su un libro. E qualche consiglio per i giovani illustratori. ”Guardo un po’ da tutte le parti, penso ai miei sogni, leggo qualcosa, guardo film, per molti anni ho tratto ispirazione dai miei figli, ma ora sono troppo grandi”.

 

Foto: Mao Tosto

Peter ha attraversato gli anni più intensi e creativi dell’illustrazione, dalle collaborazioni per i più prestigiosi periodici internazionali, al cinema (sua è la celebre locandina per il film Amadeus di Milos Forman), all’animazione (Orso d’Oro al Berlino Film Festival nel 1980). Sono così tanti gli artisti e illustratori che ha frequentato, da Quentin Blake a Maurice Sendak.

 

“Mi capita di trovarmi in situazioni per cui dico “questa è una buona idea” ma poi dico “no, troppo complicato”. Quando ero più giovane non lo avrei mai pensato, ma ero pur sempre un europeo, proveniente da un paese che si faceva in fretta a etichettare come “rosso”, ed ero ospite di una nazione piena di intriganti contraddizioni e grandi slanci emotivi e creativi. Sono rimasto aperto a molte cose, ma dopo tanti anni sono anche attento a che significato queste possano avere”.

 

Foto: Mao Tosto

Siete curiosi di sapere come comincia e come finisce – se finisce – la giornata di un grande illustratore? ”Prima lavoravo ossessivamente giorno e notte senza pause – che invece sono importanti per guardare le cose con occhio “fresco”, diverso. Adesso invece, per questioni logistiche devo prendere il treno per andare in studio a Manhattan verso le 10 e la sera per tornare verso le 18, il che accorcia la giornata lavorativa ma allunga la serenità familiare. La mattina ho poi una mezzora per pensare al lavoro in corso. Aggiungiamo che con l’età devo usare gli occhiali, la sera faccio più fatica e non amo molto la luce artificiale.”

 

Foto: Mao Tosto

Come un po’ si evince dai libri che ha illustrato, pensandoli e progettandoli e spesso anche scrivendone il testo, Peter comincia dalla struttura geometrica del libro. ”Prima inizio a cercare e a lavorare sul materiale, più divento distaccato a riguardo. È un problema quando sei troppo coinvolto dal tema del libro, quando lo senti come uno sfogo personale. È bellissimo invece il momento in cui ancora non conosci tutto perfettamente, si è proprio ispirati e liberi. Quando per esempio realizzi un progetto su personaggi reali, come il prossimo libro che uscirà, su Antoine de Saint Exupery, entri talmente nel merito, nei dettagli da conoscere forse troppo sulla vita del personaggio”.

 

Alcuni artisti, spesso scrittori, mostrano le opere in corso a persone che ritengono qualificate o ai cui giudizi e opinioni si affidano. ”Non dico di lavorare in segreto, ma quasi, non mostro l’intera storia. Però mi sono reso conto che quando finisco sono molto ansioso di mostrare il lavoro a qualcuno, cerco giusto pochi buoni amici. A volte i buoni amici non vorrebbero dirti quel lavoro a loro non piace. Se si aspetta il momento giusto per mostrarlo magari si hanno le migliori risposte. Se il tuo libro ha avuto una buona recensione sul New York Times, anche il tuo amico ti dirà: “è un gran libro”. Giusto perché lo ha visto sul NYT. A volte invece quando pretendi schietta sincerità, puoi sentirti dire: ok, se vuoi la mia opinione a pagina 3 dovresti davvero cambiare il rosso…”

 

Foto: Mao Tosto

Foto: Mao Tosto

“Tutti vorremmo un critico oggettivo. Mia moglie, ad esempio, lo è. Per l’ultimo libro, non sapendo come far funzionare la storia ne ha scritto lei alcune parti, molto belle, e quindi è diventato anche il suo libro. Ma in corso d’opera, con le modifiche che facevo alla storia, osservava: “Hai cambiato la mia storia.” Quindi è molto difficile lavorare con una persona così vicina a te. Lei iniziava a pensare al progetto come il suo progetto, l’editore come al suo. Troppi autori in così poche pagine.”

 

“Ho avuto per 27 anni uno splendido editore, che faceva ottime cose e si relazionava anche con altri editori, in ogni aperto del libro, ma all’epoca non mi sembrava poi così importante. Ora mi rendo conto di quanto io sia invece esposto, mi chiedo quanto potere abbia l’agente, quanto le case editrici, perché molti dei ruoli storicamente importanti nell’editoria sono cambiati. Prima c’erano piccole case editrici che ora sono parte di grandi gruppi, senza editori riconoscibili. Faccio molti più progetti di quanti ne facevo prima anche perché l’editore era quasi protettivo nei miei confronti, mi avrebbe aperto delle porte, fatto degli incontri, magari sarebbe stata d’accordo con le mie proposte, magari no. In un mondo che è così cambiato e che ancora non conosco bene, non so davvero come sostituire una figura così.”

 

La promozione e l’autoproduzione, il selfpublishing, sono un territorio adesso molto aperto e pieno di proposte.”Era molto difficile ai tempi in cui ho iniziato. Non c’era un vero e proprio portfolio, facevi una chiamata e poi dovevi richiamare, dicendo “Ho chiamato la settimana scorsa, si ricorda?” Era così difficile, tutto basato sul rapporto personale. Se eri un timido, eri praticamente destinato all’insuccesso. Io facevo dei flyer autopromozionali, ma era davvero imbarazzante. Però utile. Uno dei miei amici stampava i suoi contatti dietro la bellissima illustrazione di un cowboy, l’immagine piaceva molto quindi moltissimi avevano il suo biglietto appeso in ufficio, ma nessuno si ricordava il suo nome, perché era scritto dietro. Anche questo, ingenuamente, è un dettaglio di cui tener conto nell’auto promuoversi. Ho cominciato a dipingere biglietti natalizi, all’inizio li avevo fatti per 15 persone, poi ne ho dovuti fare un centinaio, ma mi resi conto che non potevo dipingere a mano 200 biglietti da visita, quindi ho cominciato a fare delle piccole stampe. Poi ne ho stampati 300-500, e poi ancora, perché la gente cominciava a collezionarli. Io non ne avevo per me, ma è stata un’utile auto-promozione, perché la gente vedeva le mie cards i giro e mi chiedeva “mi manca quella del 2002 si può averne un’altra stampa? È un buon esempio di come bombardare le persone. Ora penso che sia necessario pensare un progetto per volta, magari alternandone uno molto impegnativo a uno breve e rilassante. Una sorta di approccio più zen. Però quando sei giovane, hai bisogno di affermarti e non puoi neppure fare troppo il filosofo. Ma, come si dice fra gli americani: “dopo la battaglia tutti siamo generali”.

Forse per questo Peter dice così, rallegrandoci con una gran risata.

 

P. S. Le foto dell’incontro con Peter Sìs a Bookcity sono di Maurizio Tosto.  Per i fan di Peter, eccole tutte assieme:

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Rubrica: Hotel Visual

  • Scritto da:

  • Ivan Canu
  • Ivan Canu lavora a Milano come illustratore e scrittore (Salani, Gakken, Casterman, Principi & Princìpi, Pearson, De Agostini, The New York Times Book Review, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Capital, Einaudi ragazzi, Rizzoli, Médecins sans Frontiéres). Selezionato su American Illustration e Communication Arts. È stato art director della Fondazione Internazionale Balzan e della rivista Hystrio. Ha curato per l’AI-Associazione Illustratori il catalogo della mostra Favorisca, Carpi 2006 e gli Annual Illustratori italiani 2006, 2007 e 2008. Dal 2009 è direttore del Mimaster di Illustrazione di Milano.


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