Narrare la malattia, curarsi con la scrittura

Narrare la malattia, curarsi con la scrittura Illustrazione di Paola Rollo

Ho aperto un blog – Il mio karma – alla fine del 2004, a trentasette anni, ispirata dal diario online di un’amica scrittrice che viveva all’estero. La passione per la scrittura me la portavo dietro dall’adolescenza.

Per un anno ho raccontato di me e della mia famiglia, in particolare di mia figlia, che aveva sette anni, delle cose che mi stavano a cuore, come i libri, la politica, l’arte, il cinema.

Il giorno del mio primo blogcompleanno ho fatto un’ecografia di controllo al fegato, immaginando che sarebbe stata di routine, come tutte le altre, visto che erano passati sei anni dall’operazione con la quale mi era stato tolto un carcinoma e parte del seno. Alla faccenda del cancro, sul blog, avevo riservato solo brevi cenni, la consideravo un’esperienza archiviata. Invece l’ecografia rivelò che avevo delle metastasi, il cancro era tornato. Per la prima volta sentivo che la mia vita era a rischio.

Dopo essermi disperata il giusto ho acceso il computer e scritto un post con cui raccontavo la situazione e, ancora inconsapevolmente, trasformavo quella che era divenuta una pratica quotidiana di scrittura diaristica in uno strumento di cura.

La percezione del beneficio prodotto da quello che poi avrei definito outing sanitario fu immediata, non solo per il senso di alleggerimento che può dare la condivisione di una brutta notizia, ma ancor più per l’opportunità che mi dava la scrittura di fare chiarezza nel groviglio di emozioni provocate dal ritorno della malattia, di ascoltare me stessa, ri-orientarmi e motivarmi nella difficile impresa di dover affrontare per la seconda volta la minaccia del cancro. Come spiega Arthur W. Frank nel suo The wounded storyteller (University of Chicago Press, 1995) le persone malate sono ferite non solo nel corpo, ma nella voce. Hanno bisogno di diventare narratrici per recuperare quella voce che è stata loro sottratta. Una malattia importante rappresenta una perdita della destinazione e della mappa che ha guidato la persona fino a quel momento. Attraverso il racconto, la narrazione di sé, prende forma una nuova mappa che permette di  ritrovare l’orientamento nel caos, nel naufragio.

Rispetto ai tradizionali mezzi narrativi, che sono quelli su cui si basa il libro di Frank, il blog permette un’immediatezza comunicativa rende più facile la condivisione  e di costruire un rapporto diretto e interattivo con i lettori. Attraverso i commenti scritti in calce a un post si stabiliscono legami, vengono raccontate altre storie, circolano idee, suggerimenti, viene offerto o richiesto aiuto.

Anche chi non vuole o non riesce a dare visibilità al proprio vissuto, trova parole che almeno un po’ rappresentano la propria condizione, o quella di un parente o un amico ammalato.

La reazione più comune, dopo una diagnosi di cancro, è quella di chiudersi in un recinto fatto di imbarazzo e riservatezza, perché insieme allo sgomento per l’essersi scoperti improvvisamente così vulnerabili, alla paura per l’esito di quella che appare sempre, almeno all’inizio, come una battaglia da combattere, si aggiunge la difficoltà nel riuscire a comunicare agli altri la condizione che si sta vivendo. Allo stesso tempo anche gli altri, le persone che ci stanno accanto o ci capita di dover frequentare, non sanno come rivolgersi a noi, rischiano di essere invadenti o superficiali, irritanti o sfuggenti, più spaventati di noi oppure dispensatori di consigli per sentito dire. C’è chi scappa e chi invece si avvicina, cautamente, con grande tatto finché non trova la chiave giusta per aprire quel recinto.

Nel saggio Malattia come metafora (Mondadori 2002), Susan Sontag affronta il principale stigma legato al cancro, allora (nel 1978) molto più forte di oggi: l’occultamento della malattia oncologica al paziente da parte del medico, che un tempo – e in certi casi ancora oggi – preferiva comunicarla ai parenti piuttosto che al diretto interessato. L’occultamento della malattia viene operata dal paziente stesso, che preferisce nascondere all’esterno, alla società, la propria condizione. E la società stessa, i mezzi di comunicazione che dovrebbero rappresentarla, ancora oggi spesso omettono di nominare quella malattia che si chiama cancro quando qualcuno ne è colpito, e ancora più spesso quando provoca la morte.

Questo difficile problema della comunicazione, che avrebbe potuto appesantire ulteriormente il fardello da sostenere durante la malattia, ha iniziato a risolversi proprio grazie al blog, che vivevo come strumento di libertà e di apertura verso l’esterno. Uno strumento nelle mie mani, un filtro che protegge senza nascondere.

Era un grande sollievo ricevere ogni giorno commenti affettuosi e incoraggianti, mai di compatimento, ma di solidarietà sincera. Tutto era diventato più facile: per me raccontare e capire cosa mi stesse accadendo, elaborando in tempo reale un modo efficace e protettivo per affrontare le domande e i turbamenti di mia figlia che aveva solo otto anni, le ansie dei miei genitori, l’amore preoccupato di mio marito; per gli altri essermi vicini e imparare qualcosa di più sulla mia vita.

(continua)

Parole chiave:

Rubrica: Malattia e scrittura, Top post

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commenti

2 Commenti

  1. Credo che raccontare la storia della propria malattia possa essere una sorta di autoanalisi, perché scrivere lascia una traccia delle emozioni. Il ricordo degli eventi diventare altro da noi stessi, se abbiamo la capacità di tramutarlo in una narrazione.
    Io ho convissuto senza saperlo con un meningioma, che si è rivelato in modo molto teatrale; mi ha poi lasciato segnandomi profondamente a livello di personalità. Non sono più la stessa persona di prima. Leggendo la sua rubrica, mi chiedo se possa essere utile scrivere per ritrovare almeno un briciolo dell’equilibrio smarrito. Laddove non sono riusciti psicoterapeuti e psichiatri, forse potrebbe tentare la scrittura?

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  2. Perdoni l’errore! Manca un “può” tra “eventi” e “diventare”.

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