Organizzare i capitoli di un libro come una playlist di canzoni

Organizzare i capitoli di un libro come una playlist di canzoni Illustrazione di Paola Rollo

Naturalmente quello di cui abbiamo parlato la volta scorso (l’utilizzo dei propri ricordi come tifoso del calcio per dare una struttura al racconto della propria vita sulla falsariga di quanto fatto da Nick Hornby in Febbre a 90 ) si può declinare in moltissimi modi. Raccontando di altre fascinazioni  sportive (per esempio, in realtà lo sport che ho giocato e che più mi appassiona non è affatto il calcio ma il rugby) ma anche ricorrendo al materiale che  passioni di tutt’altro genere ci forniscono.

Tanto per non allontanarci da Hornby, pensiamo al suo bellissimo Alta fedeltà: possiamo utilizzare come perno attorno al quale strutturare la narrazione  la musica.

Anche in questo caso possiamo ricorrere a diversi sistemi per dar forma al nostro memoir personale.

Uno dei più semplici è quello di organizzare cronologicamente i capitoli come una playlist, intitolando ogni capitolo col nome di un brano che in qualche modo serve da catalizzatore per una serie di elementi e ricordi non musicali.

Faccio un esempio, l’inizio di una possibile playlist della mia vita potrebbe cominciar e con

 

1.  La Bandiera di Domenico Modugno
Un pezzo – tremendamente enfatico – che faceva parte di un musical (Rinaldo in campo) mandato in onda dalla TV nel 1961 e che ci facevano cantare più o meno a cinghiate nelle ore di canto alle elementari.  A partire da questo semplice pezzo potrei raccontare dei lontanissimi tempi della mia scuola elementare (tanto per dirne una, sulle pareti dei corridoi c’erano ancora i manifesti che ammonivano i bambini a non raccogliere oggetti strani, potevano essere residui bellici della seconda guerra mondiale) e potrei raccontare del giorno in cui nella vita della mia famiglia entrò il televisore. Ecco, quindi che a partire da quella canzone e in due soli passaggi, potrei raccontare infanzia, famiglia, scuola, vita prima e dopo la TV etc. Perché la TV segnerà gran parte della mia vita come quella di tutti i miei coetanei. Tanto che anche il secondo e il terzo brano provengono da esperienze televisive, rigorosamente in bianco e nero.

 

2. Aria sulla quarta corda di J.S. Bach
Pensate un po’ già ai tempi – parliamo di fine anni ’60 – c’era Piero Angela, che già allora usava Bach nelle sue sigle (come pure già allora usava calzini bianchi). Questo pezzo racconta molte cose della vita di allora: i primi interessi, le prime letture, le prime amicizie, le prime malinconie (che ben si sposavano con questa musica) etc etc.

 

3.  The Partisan di Leonard Cohen
Fu la folgorazione. Era la sigla di chiusura se ricordo bene di programma TV sul Canada. Me ne innamorai perdutamente. Cercai l’LP e lo comprai. Fu il primo LP di una serie infinita. La musica entrava prepotentemente nella mia vita (avevo 14 anni) e cominciava a scacciare la televisione dai miei interessi. Inizio del liceo, anni della contestazione, scoperta della musica e della controcultura che arrivavano da oltreoceano.

 

4.  La ballata dell’eroe di Fabrizio De André
Compro la mia prima chitarra e questa canzone è il primo brano che imparo, tra lo sconforto di chi mi sta intorno, senza la possibilità di sottrarsi al mio sound straziante. La musica diventa una parte importantissima della mia vita. Passo i sabati sera con gli amici a suonare e ad ascoltarla, compro delle camicie a scacchi sognando di assomigliare a Neil Young. Sogniamo West Coast, Berkeley etc etc.

 

… E da qui si può procedere a piacere fino a oggi, dove in realtà ho solo l’imbarazzo della scelta. Potrei forse chiudere con un brano a piacere degli Strokes, i protagonisti del primo concerto che ho visto coi miei due figli più grandi (che si vergognavano orribilmente di me, come è ovvio) un paio di anni orsono tra le zanzare e la fetente umidità estiva di Vigevano).

 

Naturalmente ci sono moltissime altre possibili maniere di organizzare un memoir personale a partire dalla musica. Per esempio si potrebbe far riferimento a un solo brano: un filo rosso che attraversa e lega lo scorrere degli anni con i diversi modi di “sentirlo” che via via si sono susseguiti. E allora credo proprio che sceglierei un brano di uno dei miei grandi idoli: Bob Dylan. E cosa meglio di The Times They Are A-Changing (“I tempi stanno cambiando”) per raccontare i tempi che cambiano? In particolare – è uno dei miei sogni – potrei raccontare la mia storia e un po’ della storia della mia generazione a partire dalla strofa di Dylan che dice  (scusate l’orribile traduzione italiana):

Venite madri e padri

Da tutto il paese

E non criticate

Ciò che non potete capire

I vostri figli e le vostre figlie

Non li potete controllare

La vostra vecchia strada

Sta rapidamente invecchiando

Per favore, non ingombrate quella nuova

Se non potete dare una mano

Perché i tempi stanno cambiando

Perché non provare a usare questa strofa per raccontare la storia della propria vita, contrapponendo due fasi: quella in cui sei uno dei figli e figlie che rappresentano il nuovo che vuole affermarsi, e quella in cui sei uno dei padri e madri che non capiscono, che non controllano e che sono di ingombro alla nascita di nuove idee?

Malinconico, forse, ma neanche tanto. E in compenso molto realistico.

 

Alla prossima.

 

 

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Rubrica: Dove meno te l'aspetti, Top post

  • Scritto da:

  • Edoardo Brugnatelli
  • Nato nel 1956 (era presidente Gronchi). Laurea in Filosofia all’Università di Pavia. Per anni ho giocato (da brocco) a rugby. Suono male diversi strumenti a corda. Lavoro in Mondadori dal 1990: ho cominciato come redattore e ho finito per dirigere una collana (questo ci dice che c’è una speranza per tutti). Ho tre figli e un giro vita importante. Sto imparando il bergamasco.


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