La differenza tra chi scrive per campare e chi no

La differenza tra chi scrive per campare e chi no Illustrazione di Paola Rollo

Ero a Rimini, in un alberghetto, per una gita che avrebbe dovuto riposarmi. Invece mi svegliavo ogni mezz’ora, con l’ansia, confuso, stordito. Stavo finendo un lavoro enorme: la traduzione/riscrittura di 360 cartelle standard di fiabe (una cartella standard è circa di duemila battute) in un mese e poco più. Cartelle fatte bene, ovvio, non tirate via. E riviste. E riviste ancora una volta.

Nella notte ho finalmente assaggiato un po’ di quello che nei romanzi ottocenteschi fa morire i protagonisti troppo studiosi o troppo innamorati. La “febbre cerebrale”. Davvero, mi sembrava di aver finito le parole. Quella notte ho creduto di capire anche – addirittura! – che l’anima non esiste, perché ormai ero arrivato ai confini della mia testolina e l’avevo misurata e vista un po’ dall’alto e detto be’, tutto qui?
Sto scherzando fino a un certo punto, vi assicuro.

E ho capito fino in fondo, quella volta, che è diverso scrivere per mestiere. Che c’è una differenza tra chi scrive per campare e chi no. C’è chi lavora in banca e scrive, chi fa l’ingegnere e scrive, chi insegna e scrive e così via. Poi c’è chi scrive e basta: per pagare le bollette, il touch dei figli, le vacanze, lo zucchero integrale (è buono, ma ce ne vuole di più), l’idraulico, la commercialista, il sedano, gli alberghetti a Rimini.

Intendiamoci: non è meglio o peggio. Kafka faceva l’assicuratore, no? E’ pieno di dilettanti che contano, incidono sul costume, fanno piangere e ridere molto meglio di qualsiasi lavoratore della scrittura. E arrivano all’arte quando magari il lavoratore della scrittura arriva appena appena a non farti addormentare quando leggi. Ma è diverso.

Prendi il dramma-della-pagina-bianca. Se sei dilettante, puoi alzarti e fare il tè. Oppure rimandare a domani. Oppure smettere per qualche tempo, mentre aspetti l’ispirazione. Se sei un lavoratore, no. Quello che c’è da fare va fatto. E come si dice in editoria, va fatto non oggi, ma ieri. Quindi datti una regolata, ciccio, siediti e ricomincia. L’ispirazione la aspetti scrivendo, va bene?

Metti che ieri ti si è rotto il tacco. Se sei dilettante dici: oh, lo riparo da sola. E ti cimenti con entusiasmo, perché è una specie di gioco, con la colla e le forbici e il filo. Ma se ti svegli ciabattino, è un’altra faccenda. Sospiri alzando la serranda, sospiri guardando la fila di scarpe. Quando ti siedi sullo sgabello ti scricchiolano le ginocchia. Poi ti aggiusti gli occhiali sul naso, prendi il martello e cominci a darci dentro e allora diventa bello (dopo un po’).

Noi siamo ciabattini di storie: le facciamo con le suole forti perché vadano lontano, le ingrassiamo bene perché scivolino attraverso le giornate più ruvide, sotto gli occhietti più stanchi. Le lucidiamo perché splendano finché è possibile.
Quindi non è meglio o peggio, ma è diverso. E alla sera, se abbiamo lavorato bene, siamo contenti come tutti quelli che lavorano con le mani – perché lavoriamo con le mani – e dormiamo tranquilli.
Meno che a Rimini.

 

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Rubrica: Il Salotto, Scrivere per i più piccoli, Top post

  • Scritto da:

  • Augusto Macchetto
  • Augusto Macchetto scrive per i piccoli dal 1996: per Mondadori ha pubblicato tra l'altro i Sassolini Dentro la lavagna e Bravo, Bimbù! e ha curato i testi italiani di molti libri di Richard Scarry. E' autore Disney (libri e fumetti, da Topolino a PK passando per Winnie the Pooh) e ha collaborato con numerosi altri editori (DeAgostini, Corriere della Sera, Il sole 24 ore...).


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2 Commenti

  1. Starò invecchiando ma mi ha commosso questo post. E da adesso cercherò i tuoi libri, tenendoli da parte per figli che ancora non ho. Grazie.

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    • La redazione di Scrivo.me

      Glom!, come dicono nei fumetti!

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