Self publishing tra poesia e filosofia, tra barba e basette

Self publishing tra poesia e filosofia, tra barba e basette Credits: Libero Gozzini

L’autopubblicazione è una modalità di diffusione di opere scritte quantomai ecumenica . Da tutti i punti di vista. Non c’è nulla di sorprendente, allora, a vedere quanti (e quali!) poeti abbiano fatto ricorso al self publishing.

Il 4 luglio 1855, nientepopodimeno che Walt Whitman  – che negli anni a venire avrebbe sfoggiato forse la più spettacolare barba della storia della cultura mondiale – pubblicò autonomamente la prima edizione di quella che era destinata a diventare una raccolta di poesie leggendaria (Leaves of GrassFoglie d’erba).  Sul libro non compariva il nome di Whitman ma un’immagine del suo viso che non lascia assolutamente prevedere il rigoglioso trionfo di peli bianchi della maturità. Quello che successe lo sappiamo tutti (o quasi tutti): un intellettuale famoso come Ralph Waldo Emerson rimase affascinato da quelle dodici poesie e scrisse all’autore definendolo il “più straordinario di genio e saggezza finora prodotto in America” . Eccetera eccetera: la fama venne da sé, e con la fama la barba.

Va sottolineato che Whitman non è stato né il primo né l’ultimo poeta a ricorrere al self-publishing. Ricordiamo – solo per restare nell’ambito degli autori in lingua inglese – T.S. Eliot, Percy Bysshe Shelley, Elizabeth Barrett Browning e Alexander Pope.

Ma devo ammettere – il caso di self publishing che trovo più divertente di gran lunga di tutti gli altri è quello di Arthur Schopenhauer, esimio pensatore dotato di quello che probabilmente va considerato come il più severo e imponente paio di favoriti della storia della filosofia dell’Ottocento. Il filosofo tedesco si vide costretto a pagare di tasca propria per pubblicare il suo primo lavoro e già questo fatto non deve averlo reso particolarmente felice. Ma il peggio fu che sua madre – Johanna Schopenhauer –  all’epoca un’autrice affermata  - non si peritò di prendere ampiamente per i fondelli il figlio per la sua disavventura editoriale. Inspiegabilmente i rapporti madre-figlio, che già prima non erano idialliaci, non ne trassero giovamento e si guastarono ulteriormente

Strano, nevvero?

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Rubrica: Top post, Tu quoque!

  • Scritto da:

  • Edoardo Brugnatelli
  • Nato nel 1956 (era presidente Gronchi). Laurea in Filosofia all’Università di Pavia. Per anni ho giocato (da brocco) a rugby. Suono male diversi strumenti a corda. Lavoro in Mondadori dal 1990: ho cominciato come redattore e ho finito per dirigere una collana (questo ci dice che c’è una speranza per tutti). Ho tre figli e un giro vita importante. Sto imparando il bergamasco.


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1 Comment

  1. Mettiamo nell’elenco anche D’Annunzio, poeta che non amo né per la sua ideologia, né per quel pizzetto che mi fa venire voglia di tirarglielo ogni volta che lo vedo. La sua prima opera, Primo vere, fu pubblicata coi soldi di papà perché la paghetta dell’allora sedicenne futuro vate non era sufficiente.
    Poi D’Annunzio, che certe cose le aveva già capite al volo, mise in giro la voce che il giovane autore del libercolo era morto, così da destare un po’ di hype ante-litteram attorno all’opera.

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