La regola delle 10.000 ore, ovvero scrivere e riscrivere

La regola delle 10.000 ore, ovvero scrivere e riscrivere Credits: Libero Gozzini

Una cosa che ho notato quando ho cominciato a fare il copy è che si scrive e si riscrive un numero infinito di volte.

Si fanno 500 nomi per trovarne due decenti.

Si fanno centinaia di titoli e se ne butta via il 98%.

Ma non c’è un modo più veloce per arrivare al titolo giusto. Sì, alle volte il titolo giusto è il secondo, o magari anche il primo. Ma se fate solo quei due non lo saprete mai. E poi è anche una questione di esperienza. Dopo vent’anni di lavoro, posso permettermi di fare qualche titolo in meno. Ma solo perché le centinaia di partenza le ho fatte nel corso dei vent’anni precedenti.

Forse vale anche per la scrittura, almeno quella tecnica della comunicazione, la regola delle 10.000 ore di Malcolm Gladwell: per essere dei fuoriclasse ci vuole sicuramente del talento, ma ci vuole anche che uno si sia applicato a quella tecnica (uno strumento musicale, uno sport, il ricamo, la cucina) per almeno 10.000 ore. Diecimila ore garantiscono una padronanza della tecnica o dello strumento tale da poter fare anche delle varianti, delle creazioni, delle interpretazioni personali e diverse.

Non ho fatto il conto, se ho scritto per 10.000 ore, ma credo di esserci.

Mamma mia, voi che siete qui a scrivere per divertimento vi spaventerete. Ma se siete degli appassionati di calcetto, o di tennis, o di chitarra, o di qualsiasi altra cosa, e fate il conto di quanto tempo ci avete dedicato, vengono fuori dei bei numeroni. Se poi non siete più degli spring chicken come me, 10.000 ore sono una media ragionevole per una passione.

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Rubrica: In poche parole

  • Scritto da:

  • Anna Da Re
  • Sociologa, copywriter, blogger, twittatrice, milanese e toscana. Per i libri ho una passione ormai cronica; li leggo, ne scrivo, ci lavoro, ci campo (per ora) e non penso di smettere.


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