La parola, il gioco e la potenza evocativa dell’immagine

La parola, il gioco e la potenza evocativa dell’immagine Credits: Stefano Pietramala

Questa settimana abbiamo lanciato un giochino per voi, nostri frequentatori. Il gioco consisteva nel descrivere in 15 parole un’immagine. Stanno arrivando un sacco di vostre descrizioni e devo dire che non mi aspettavo una risposta così corale e entusiasta. Quello che – però – devo ammettere mi ha colpito più di tutto, è stata un’altra cosa.

L’immagine che siete stati chiamati a descrivere è quella di una bici su un tappeto di foglie in quello che si può supporre sia un parco, con in sottofondo due figure poco definite di un uomo e una donna.

E’ bastato questo per liberare l’animo poetico di tantissima gente, ed è evidente che dentro di loro l’immagine scatena un variegato campionario di emozioni legate all’amore, all’autunno, etc etc.

Questo un pochino mi ha lasciato sgomento.

Confesso che anche io ho provato a fare il gioco e a descrivere l’immagine e, nel mio piccolo, mi sono impegnato allo spasimo.

Ma ora – dopo aver letto molte delle vostre descrizioni – mi accorgo di essermi scervellato per descrivere pedali, canna, manubrio e altri aspetti diciamo “materiali” della bici. L’aspetto più elevato collegato a cose come l’autunno, l’amore, la caducità delle cose umane, il destino e la malinconia mi era totalmente sfuggito.

Questo ci dice due cose.

La prima: la potenza evocativa dell’immagine che si traduce in testi scritti tutti diversi tra loro, tutti forti di una loro originalità, tutti portatori di un’individualità ben distinta.

La seconda cosa riguarda il sottoscritto, e forse è meglio che me la tenga per me.

 

 

P. s. A proposito di immagini. Come accade ogni due settimane, abbiamo un nuovo illustratore ospite su questo sito: l’immagine qua sopra è di Stefano Pietramala che decorerà con la sua arte questo mio articolo e altre pagine di Scrivo.me nei prossimi giorni.

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Rubrica: La posta del Direttore, Top post

  • Scritto da:

  • Edoardo Brugnatelli
  • Nato nel 1956 (era presidente Gronchi). Laurea in Filosofia all’Università di Pavia. Per anni ho giocato (da brocco) a rugby. Suono male diversi strumenti a corda. Lavoro in Mondadori dal 1990: ho cominciato come redattore e ho finito per dirigere una collana (questo ci dice che c’è una speranza per tutti). Ho tre figli e un giro vita importante. Sto imparando il bergamasco.


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