Dal fatto di cronaca alla scrittura di un romanzo: tre strategie

Dal fatto di cronaca alla scrittura di un romanzo: tre strategie Credits: Vince44/Flickr

“Ma è tutto vero? Non hai cambiato nulla? Non hai aggiunto nulla?” Quando vado nelle scuole a incontrare gli studenti che hanno letto Nel mare ci sono i coccodrilli - la storia di Enaiat, un ragazzo afghano partito a dieci anni dall’Afghanistan e arrivato a quindici in Italia – sono domande, queste, che prima o dopo arrivano sempre. E sono domande legittime. Perché quando si parte da un fatto di cronaca con l’intenzione di scrivere un romanzo o farne un film uno dei rischi che si corre è quello di inquinare il racconto con il proprio punto di vista, i propri giudizi (o pregiudizi) sugli eventi e sui suoi protagonisti e, quindi, di mettere in atto micro-manipolazioni della storia – a volte consapevoli, a volte no – per supportare una tesi preesistente al racconto stesso. Come evitarlo? Ognuno ha i suoi sistemi. Le tre strategie che io tento di mettere in atto sono queste: affinare la capacità di ascolto, diventare una buona macchina per il sottovuoto, perseguire una autorialità trasparente.

 

Partiamo dall’ascolto.
Faccio un esempio. Quando Enaiat ha cominciato a raccontarmi la sua storia, io sapevo già che avrei scritto le peggio cose sui trafficanti d’uomini. Lo sapevo perché il mio giudizio su di loro era chiaro: li avrei dipinti meschini, crudeli, la più spregevole forma di vita sulla Terra. Poi però, ascoltando i suoi racconti, sforzandomi di farlo senza preconcetti, mi sono accorto che il suo punto di vista non era esattamente il mio; era più complesso. Alla disumanità e alla melmosità di alcuni faceva da controcanto l’onesta e la trasparenza di altri – io facevo fatica ad accettarla, ma c’era. E su tutto aleggiava il senso di una figura (purtroppo) necessaria, senza la quale lui non sarebbe mai riuscito a raggiungere l’Italia e a rinascere dalle ceneri della propria storia. Alla fine, nel libro, i trafficanti d’uomini ne escono sfaccettati; e sono contento: perché sono riuscito ad aumentare il volume della voce di Enaiat, e ad abbassare quello della mia.

 

Diventare una buona macchina per il sottovuoto
Che funzione hanno i contenitori sottovuoto? Preservano il cibo o altri materiali da eventuali contaminazioni – polveri, microbi – eliminando l’aria dal contenitore. Prendere la voce di qualcuno, la sua memoria, infilarla dentro le pagine di un libro rendendola inattaccabile dai microbi del tempo; conservarla così come l’abbiamo incontrata; riordinarla, sì, ma senza modificarla – be’, è il tipo di rispetto che un narratore deve portare alle storie che gli sono affidate. L’ascolto profondo di cui parlo sopra è propedeutico a questo processo di cura e di custodia che è anche e soprattutto una disposizione d’animo che ogni narratore farebbe bene a coltivare.

 

Perseguire una autorialità trasparente
Ma! Ma ogni volta che ci sediamo e cominciamo a battere sui tasti, la capacità di ascolto e il rispetto per la storia che ci è stata affidata rischierebbero di schiantarsi contro gli scogli dell’autorialità se non riponessimo tutta la nostra fiducia nella possibilità di esserci senza apparire; se non credessimo in quella che chiamerei: autorialità trasparente. Noi autori siamo, in generale, piuttosto ingombranti. Direi molto ingombranti. Il nostro ego sgomita – spesso goffamente – per farsi spazio ogni volta che prendiamo la penna in mano: vuole mostrarsi, segnare il territorio. Ma proprio lui rischia di essere uno di quei microbi il cui ingresso nel libro-contenitore i sistemi di conservazione sottovuoto vogliono evitare. Credere nella possibilità di una autorialità trasparente significa porsi nei confronti del reale e del racconto del reale anzitutto con umiltà, con la disponibilità e la competenza di chi si offre come strumento prima di voler essere acclamato creatore.

 

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Rubrica: Il Salotto, Ipsi dixerunt, Top post

  • Scritto da:

  • Fabio Geda
  • Fabio Geda è nato nel 1972. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L'esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Dalai Editore 2010, tradotto in 32 paesi), L'estate alla fine del secolo (Dalai Editore 2011) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011).


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