La qualità nel self-publishing

La qualità nel self-publishing Fonte: www.flickr.com/photos/markcph

Si tratta di un vecchio problema, tuttavia ancora irrisolto: se scompaiono i gatekeepers, gli editori, chi garantisce della qualità di un libro? Proviamo a fare chiarezza.

Da un punto di vista squisitamente logico, siamo davanti a un falso problema: non tutti i libri pubblicati anche da case editrici blasonate mantengono un livello decente di qualità né tantomeno tutti i libri autopubblicati sono ipso facto delle schifezze. E su questa duplice verità si scatena sempre un tira-e-molla statistico, freddamente quantitativo: c’è chi dice “beh, ma un libro pubblicato da una casa editrice mi dà un minimo di garanzia in più” (si notino le espressioni di quantità) e chi risponde “tuttavia c’è una percentuale di libri self-published che può tranquillamente competere”. E così via, in un braccio di ferro senza fine.

Ma voler affrontare la questione della qualità editoriale da un punto di vista quantitativo è come voler curare una brutta malattia con il calcolo delle probabilità, se mi si passa la similitudine un po’ truce. Che le tecnologie digitali abilitino virtualmente tutti a fare un libro non significa certo che tutti sappiano farlo, e men che mai che sappiano farlo bene: il lato oscuro del self-publishing è indubbiamente il fatto che sul mercato si trovino tante inverosimili ciofeche. Quello che sfugge a molti tuttavia – da una parte i difensori ultimi di una maniera decisamente elitaria (e per ciò stessa suscettibile di corrompersi) di fare editoria e dall’altra parte i paladini del “io pubblico a tutti i costi” – è che il problema non riguarda soltanto chi li fa, i libri, ma anche e soprattutto chi li legge.

Ciò che l’autopubblicazione digitale ha fatto è stato mettere sullo stesso piano l’autore e il suo lettore: quando l’uno e l’altro scendono nella stessa piazza, devono però poi incontrarsi. In soldoni questo si traduce in una duplice domanda: come fa un lettore a trovare un buon libro nel mare magnum delle autoedizioni? E come fanno i self-publisher più accorti, più coscienziosi, più attenti alla qualità del proprio lavoro a farsi scoprire? Ribadiamolo: che i vecchi filtri non funzionino più non significa né implica che non ci sia più bisogno di filtri: ecco perché ho sempre pensato che il self-publishing non sia opposto all’editoria, ma solo diverso, alternativo. Restano i problemi, cambiano le soluzioni.

Faccio un esempio concreto, anzi due: Awesome Indies Compulsion Reads, due siti che funzionano come degli aggregatori di titoli autopubblicati che rispettano degli standard minimi di qualità. Nel primo caso viene fornito un elenco trasparente di criteri secondo i quali un libro è considerato un “fantastico indipendente” e parimenti nel secondo si spiega per filo e per segno in che modo il sito valuta e successivamente pubblicizza un libro. Ovviamente c’è un aspetto economico in entrambi: il primo offre servizi agli autori (ma in maniera abbastanza decentralizzata) e il secondo si fa pagare per l’attività di revisione; prima di gridare però «lo sapevo! C’è il trucco!» ricordiamoci che nel mondo anglosassone e statunitense pagare per dei servizi editoriali (incluse le recensioni) è perfettamente normale (in realtà lo è anche in Italia, anche se noi continuiamo a nasconderci dietro il minuscolo dito di una pretesa fintamente etica), e la differenza la fa proprio la qualità del servizio. Come è giusto che sia.

Possiamo pensare allora a una sorta di “certificato di qualità” per i titoli autopubblicati? E se sì, perché allora non applicarlo anche a quelli delle case editrici tradizionali? L’espressione è davvero brutta, lo so, e richiama subito alla mente un ordine gerarchico, burocratico, da ministero. Ma il senso di un’operazione (meglio: di una riflessione) del genere non è quello di creare l’ennesimo albo professionale o club degli eletti, quanto quello di spingere verso l’alto la qualità della produzione libraria. Che sia edita o autoedita, fa differenza?

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Rubrica: L'elzeviro

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  1. Aggiungerei anche come premessa del discorso che il SP è calato in un contesto diverso rispetto a quello dell’editoria tradizionale, ovvero nel contesto di una cultura digitale che ha spostato a valle le barriere all’ingresso nelle produzione di contenuti e che ha creato ecosistemi in cui la qualità viene negoziata in base al rapporto con il pubblico di riferimento. Molte delle critiche, delle dicotomie e degli scontri mi paiono riposare su un mancato riconoscimento di questo mutamento di scenario (che, per inciso, non è certo cosa nuova)

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