Cinque proverbi per un aspirante scrittore, e un consiglio

Cinque proverbi per un aspirante scrittore, e un consiglio Credits: Libero Gozzini

1) In medio stat virtus

Se sei un autore esordiente, meglio non strafare. Forse è preferibile che la tua prima opera sia lunga 200 pagine e non 500. Che il titolo sia adatto al genere in cui rientra il libro e non solo una trovata geniale: evocativo per un romanzo d’evasione, forte e secco per un thriller, chiaro nel caso si tratti di un saggio o di un manuale. E che l’indice (sempre nel caso di saggio o manuale) sia esplicito e non solo accattivante. Nel caso di un’opera di non fiction (il modo in cui noi editori chiamiamo “ciò che non è narrativa”), spesso il lettore – o l’editore che lo sta valutando – comincia proprio da lì, dall’indice. E vuole capire subito di che cosa si tratta. Meglio quindi un sommario “espanso” in cui a ogni capitolo corrisponde una breve descrizione del contenuto, invece di uno con titoli di capitolo fantasiosi e bellissimi, ma incomprensibili. Se parli del Risorgimento e vuoi parlare delle politiche economiche di Cavour, è preferibile scrivere “L’economia di Cavour” piuttosto che “I conti del conte”…

2) Chi ben comincia è a metà dell’opera

Un buon incipit non basta a fare un buon libro, ma resta comunque la porta d’accesso al mondo del tuo romanzo/saggio. Quindi va pensato, lavorato, rilavorato, lasciato riposare e poi ripreso in mano, fino a ottenere un risultato perfetto.

3) Chi trova un amico trova un tesoro

Hai scritto un libro? Bene. Lo hai fatto leggere ai tuoi amici, al tuo professore delle medie, a tua moglie, a tuo suocero? No? Male! Intendiamoci, nessun editore ti farà mai un contratto solo perché il libro è piaciuto al tuo barista, ma questo primo confronto servirà a te per capire se sei riuscito a esprimere quello che volevi o, semplicemente, per vedere se i tuoi lettori si divertono, si emozionano, provano piacere nella lettura e vanno avanti volentieri. È vero che il giudizio di chi ti conosce può essere molto di parte, ma è altrettanto vero che se non superi la prova dei primi lettori-amici-conoscenti, forse c’è qualcosa che non va.

4) Cosa fatta capo ha

C’è un momento in cui devi abbandonare la tua creatura. Hai scritto, riscritto, letto e riletto. E a ogni rilettura ti sembra che quella frase si possa ancora migliorare, che quel brano possa funzionare alla grande se viene spostato in un altro punto… Tutto vero, ma a un certo punto devi abbandonare la tua creatura e lasciarle fare la sua strada. Se è in grado di camminare lo farà anche senza il tuo aiuto. E poi, nel caso un editore si interessasse a te, troverai persone – gli editor – che ti aiuteranno a migliorarlo, da “professionisti”.

5) Né carne né pesce

E’ vero che la storia dell’editoria è piena di libri che hanno funzionato perché stanno a metà fra i generi o, semplificando, “non sono né carne né pesce” (Gomorra è un romanzo o un saggio?). Ma, soprattutto all’inizio, è meglio avere le idee chiare e scegliere di essere “o carne o pesce”. Non è detto che l’ambiguità fra i generi sia un valore aggiunto e quindi, soprattutto nella lettera di presentazione della tua opera o nella descrizione dell’opera, evita di parlare del libro come di “qualcosa che è più di una cosa”. Un “reportage che è anche un trattato filosofico che è anche un romanzo che si legge tutto d’un fiato” non è un buon modo per iniziare. Un “romanzo per ragazzi dai 6 ai 10 anni che piacerà anche ai pensionati” può suonare strano. Meglio scegliere una sola direzione e seguirla fino in fondo. Se, poi, il tuo libro diventerà una di quelle (rare) opere che travalicano i generi, be’, lo decideranno i lettori.

Consiglio finale

Un bravo scrittore deve imparare a scrivere per i lettori. Non per sé stesso, per “sentirsi scrivere” o leggersi e rileggersi, ma per farsi leggere. È una differenza sottile, ma che può cambiare il destino di un autore. Ed è una differenza valida qualunque sia il genere che ti interessa scrivere, romanzo, saggio o manuale. È la differenza tra scrivere per il gusto di farlo, e intrattenere – nel caso di un romanzo – o spiegare e far capire nel caso di un saggio o di un manuale.

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Rubrica: Perle di saggezza editoriale, Top post

  • Scritto da:

  • Ornella Robbiati
  • Ornella Robbiati, dopo la laurea in Lettere ha iniziato la sua carriera nell’editoria in Sperling & Kupfer. Entrata nel 1979 come redattrice, è diventata dopo un anno responsabile editoriale, e poi responsabile commerciale e marketing. Dopo un’esperienza in Mondadori all’ufficio contratti e affari legali, approda nel 1991 nel gruppo RCS, prima a capo del Club del Libro, e poi come direttore editoriale di Sonzogno, dal 1999 al 2006. Un breve passaggio in De Agostini come direttore dell’area libri e infine nel 2008 il ritorno a Sperling come direttore editoriale.


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commenti

6 Commenti

  1. Sono consigli “generalisti” e assennati, specie il quarto e il finale. Aggiungerei, formulato con garbo, quello dell’umiltà. Qualcosa del genere: “Rammenta che, se alcuni autori hanno scritto un’ottima opera prima, la tua può non esserlo”.
    Mi capita infatti di valutare a tempo perso esordienti permalosi: trovo irritanti e talvolta comiche le argomentazioni a difesa del capolavoro che non ho saputo riconoscere.

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  2. Sto ultimando il mio primo romanzo, che non supererà le duecento pagine. Supponevo che ciò, stante la media dei libri attualmente in libreria, fosse un handicap. Apprendo, con sollievo, che per un’opera prima non è così.
    Presto dovrò cercare un editore, non essendo interessato al self-publishing: se nessuno riterrà opportuno rischiare dei soldi con il mio racconto, sarà bene che esso resti nel cassetto.

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    • Caro Corrado, condivido il tuo atteggiamento prudente e umile, però se fossi in te non mi limiterei solo al consegnare il successo del tuo libro nelle mani di persone estranee.
      Se tutto dipende dagli editori significa che ti sei chiamato fuori dal problema, lo hai delegato a qualcuno.
      Invece ti consiglio di leggere, osservare il mercato, controllare il self publishing, ma senza spendere un euro con siti, magari utilizzando siti come Lulu.com o altro. Potresti trovare una buona soluzione senza per forza dover aspettare le decisioni altrui.
      Ciao.

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  3. Se un emergente riesce a scrivere un capo lavoro innovativo, da altra parte c’è un redattore bravo per comprenderlo? Anche se lui c’è, non gli importa niente del presuntuoso emergente, perché lui ha già due amici da proporre e non gli conviene a fare spuntare uno sconosciuto con talento.

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    • La redazione di Scrivo.me

      Ce lo auguriamo un po’ tutti.

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  4. La mia impressione è che i consigli, specie se gratuiti, siano un’ottima cosa, ma che siano validi soprattutto in riferimento a una produzione di consumo. Fa riflettere la frase “scrivere per il gusto di farlo, e intrattenere – nel caso di un romanzo”. Legare il romanzo a un’idea di intrattenimento ne sminuisce la valenza. Secondo voi Underworld di DeLillo intrattiene il lettore? Avrei molto da ridire anche sull’incipit. Molti testi di autori oggi celebrati risultano ostici e scostanti nelle prime pagine e sembrano voler sviare il lettore. Un esempio è Pastorale americana. Questo perché le opere letterarie non obbediscono ai criteri e alle raccomandazioni che editor e direttori editoriali dispensano benevolmente agli esordienti. Ma sappiamo che ormai in Italia non si pubblica quasi mai letteratura, ma semmai testi paraletterari, di genere. La vera letteratura, semmai, si pubblica se ha avuto successo all’estero. Così non si corrono rischi. Non lamentiamoci però se i libri di autore italiano in Italia non si vendono, anche perché, se il lettore ha voglia di un thriller, gli è sufficiente seguire una buona serie televisiva.

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