Scrivere significa pensare e rivolgersi agli altri

Scrivere significa pensare e rivolgersi agli altri Illustrazione: Libero Gozzini

Il Coniglio Bianco inforcò gli occhiali e disse:
“Agli ordini di Vostra Maestà: da quale punto debbo iniziare?”
“Inizia dall’inizio!” ordinò solennemente il Re.
“E vai avanti fino alla fine; poi fermati”.

Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie (1865)

 

Oscar Wilde diceva che “dare consigli è sempre sbagliato. Dare buoni consigli, poi, è addirittura immorale”. L’ho sempre trovata una frase molto saggia, e particolarmente pregnante se applicata alla scrittura. Ho sempre avuto poca fiducia, infatti, nelle scuole di scrittura, o nei corsi di scrittura creativa, per il semplice fatto che ritengo difficilissimo individuare più di due o tre aspetti, del mestiere di scrivere, che possano essere universalmente applicati. Perché per il resto, se parliamo di narrativa, le variabili che possono distinguere un buon libro da un cattivo libro, o un libro di successo da un libro che passa completamente inosservato, sono talmente tante da rendere a mio avviso difficile ai limiti dell’impossibile stabilire dei canoni affidabili.

Partiamo quindi dalle variabili.

Intanto, il genere romanzesco, che è un “non genere”, essendo quasi totalmente privo di regole, e che quindi permette di spaziare all’infinito nella quantità (dal brevissimo al lunghissimo), nello stile (dai virtuosismi stilistici alla periodare più piatto e stringato), negli argomenti (dall’interiorità più profonda fino alla docufiction cronachistica). Eppure, per ognuna di queste variabili possiamo trovare dei capolavori assoluti.

Secondo e importantissimo punto, il momento. Lo stesso libro cambia a seconda del momento in cui viene letto: la storia della letteratura è costellata di successi postumi o tardivi. E questo non per “colpa” dei primi lettori di determinati autori, ma semplicemente perché i libri, i buoni libri, intercettano sempre in qualche modo lo spirito del tempo. Ma non è detto che questo tempo sia quello in cui vengono scritti.

Ce ne sarebbero altre, di variabili, ma siccome mi è stato richiesto di dare qualche suggerimento non completamente inutile, passo alla pars costruens di questa nota, perché alcuni, pochi punti fermi che chi vuole provare a scrivere deve tenere presenti si possono comunque individuare.

  • Per poter scrivere, prima (e durante), bisogna leggere. Molto. Il più possibile. L’illuminazione ispirata è una fandonia messa in giro da gente che aveva poca voglia di lavorare. Bisogna leggere, crearsi un proprio gusto, dei riferimenti, un giardino di letture, sogni e suggestioni nel quale poi, col tempo, si arriverà a poter collocare anche i propri, di sogni e suggestioni. E bisogna avere l’umiltà di ammettere che l’originalità assoluta è un’altro mito. Si scrive sempre qualcosa che, in qualche modo, ha già scritto qualcun altro. “I poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano”: è una frase illuminante di T.S. Elliot, che non era esattamente l’ultimo dei cretini.
  • Scrivere non è mai un passatempo, e non è divertente. Si può scrivere per vanità, si può scrivere per soldi (quanti grandi romanzi non avremmo potuto leggere se i loro autori non fossero stati alla canna del gas, economicamente?), si può scrivere per vendetta o per amore o per l’urgenza interiore di raccontare qualcosa o qualcuno, ma mai per divertirsi. Scrivere bene comporta un sacco di attività noiose e faticose. Scalette, piani dell’opera, prove, cancellazioni, correzioni, pensamenti e ripensamenti, scritture e riscritture. E tutto questo bisogna farlo da soli, il che aggiunge normalmente malinconia alla fatica. Baudelaire, passato alla storia come poeta “ispirato”, ha scritto: “la strada dall’abbozzo all’opera si fa in ginocchio”.
  • Infine, la cosa più difficile. Bisogna prendere atto che al mondo, di noi, non gliene frega niente. “Non dateci le vostre lacrime”, scriveva Benedetto Croce, “ma le lacrime delle cose”. Possiamo sostituire a “lacrime” quello che vogliamo, “risate”, “passioni”, “sentimenti”, ma nella sostanza Croce ha ragione da vendere. Scrivere significa pensare e rivolgersi agli altri, sentire gli altri, entrare in empatia con gli altri (e, altra cosa, è assai utile anche avere un’idea di chi possano essere questi “altri”, i famosi 25 lettori di Manzoni), e quindi sforzarsi al massimo di far diventare noi stessi, gli altri. Altrimenti, per parlare soltanto di noi, si fa molto prima ad aggiornare lo status di Facebook.

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Rubrica: Perle di saggezza editoriale, Top post

  • Scritto da:

  • Giovanni Francesio
  • Mi chiamo Giovanni Francesio e sono il direttore editoriale di Piemme. Sono nato nel 1970. Mi sono laureato a Bologna nel 1994 con una tesi su "Leopardi lettore del Tasso" (allegria). Ho iniziato a lavorare nel mondo dell'editoria prima come copywriter, poi come redattore di guide turistiche, perché, come quello di Carlo Emilio Gadda, anche il mio spirito soggiornava e tuttora soggiorna "in un corpo nutricando a pane". Sono in Piemme dal 2004.


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commenti

4 Commenti

  1. Bellissimo articolo. Mi trovo in sintonia con quanto affermano Elliot, Baudelaire, Croce e sul fatto che i corsi di scrittura creativa non possono rendere universale ciò che è fondamentalmente personale. Invece su una cosa non mi trovo in totale accordo.
    Il momento. È vero che devo rivolgermi pensando agli altri ma forse se tutti gli scrittori facessero così credo che ci sarebbero parecchie copie conformi al tempo in cui viviamo. Ad esempio Moccia deve il suo successo agli adolescenti e molto meno agli adulti. Empaticamente ci siamo nel pieno assoluto, con i giovani, i giovani di questo momento, perchè non è detto che tra dieci anni questo momento resti uguale. Quindi in parte, il momento di chi legge è importante ma sono sicura che da qualche parte dello scrittore ci sia un momento universale, un qualcosa, qualcuno che lo renda tale, non legato al momento del tempo. Ed ecco che vengono fuori i calibro nove della letteratura e della poesia mondiale che affrontano secoli e secoli rimanendo attuali e punti di riferimento per tutti, lettori e scrittori. Ecco. Questo è il mio concetto di scrivere. Harry Potter, anche se per ragazzi, ha coinvolto tutti perchè ha un tema universale, senza momento storico. La magia. Cogliere l’attimo dello scrivere dovrebbe rendere universale il momento di chi legge.
    Scusami se mi sono prolungata ed arzigogolata nei meandri dei miei concetti sullo scrivere ma hai scritto un bell’articolo ed ho avuto l’input di rispondere. Ciao e buona domenica.

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    • Chiedo scusa a Calliope: ho cliccato sul n. 1 di “mi piace” per errore: ritenevo, così facendo, di sapere chi aveva gradito il suo post.
      Le scuse non si riferiscono al gradimento, ma al fatto che debbo precisare che in realtà non sono d’accordo con il suo punto di vista

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  2. Io concordo soprattutto su questo punto “Per poter scrivere, prima (e durante), bisogna leggere.„ e su questo punto “Scrivere bene comporta un sacco di attività noiose e faticose.„
    Non potrei mai fare a meno della lettura. Non riesco a immaginare la mia vita senza libri (cartacei ed elettronici). Non solo perché mi piace scrivere, ma anche perché mi piace leggere. Inoltre i libri sono continua fonte di nuove cose da imparare. Di curiosità da soddisfare. E poi leggendo si affina anche la propria scrittura. :)
    Purtroppo devo anche ammettere che è proprio vero che scrivere bene comporta un sacco di attività noiose e faticose. C’è lo slancio iniziale, o il racconto/capitolo/pezzo che scrivi sulla scorta dell’ispirazione ed è eccitante. Ma poi viene la parte di resistenza; quella dove devi tenere duro e “sudare” sulle carte (se mi permettete un prestito di leopardiana memoria). Arriva sempre un momento critico da superare in fase di stesura; il mio è quando arrivo alla parte centrale di un romanzo, vado sempre in crisi. So da dove sono partita, so dove devo arrivare, ma in mezzo c’è un deserto di fogli bianchi da riempire. Oppure, una volta buttata giù la prima stesura, poi c’è il lavoro di revisione e di lima. Quel momento in cui tutto quello che hai scritto diventa inadeguato/stupido/brutto/da rifare.
    Mi piace tanto anche questo spunto: “Scrivere significa pensare e rivolgersi agli altri„. Quando smetti di scrivere per te stesso, il che generalmente accade superata l’adolescenza, gli ‘altri’ diventano parte importante del processo di scrittura. Anche se pensare troppo agli altri potrebbe costituire un ostacolo.

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  3. Grazie di questo scritto signor Francesio con l’augurio che siano in molti a leggerlo, soprattutto aspiranti scrittori. Concordo pienamente (da scrittrice con i suoi a malapena 25 lettori) che scrivere é fatica e solitudine. Ma anche frustrazione, sigarette, unghie mangiate e stomaco in subbuglio. Con il costante desiderio non di essere originali, ma almeno all’altezza del compito che ci siamo imposti, con dignità propria e rispetto per chi legge.

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