Le regole dello storytelling trascendono i media

Le regole dello storytelling trascendono i media Libero Gozzini

Quando cominci a scrivere, probabilmente è tutta questione di pancia. Hai ruminato per anni la tua “poetica” tramite pagine di diario, raccontini, articoli e roba varia, fino a quando non hai raggiunto la massa critica: a quel punto la testa ti scoppia, e allora sei pronto per riversare tutto su carta.

A me è capitato a ventun’anni. Tutto quello che mi aveva formata come persona fin lì, i dolori, le gioie, le riflessioni pseudo-filosofiche dell’adolescenza, formava una specie di blob che premeva ai margini della coscienza. Trovata una storia, mi ci sono gettata sopra a corpo morto.

Nonostante la cosa avvenga a livello inconscio, in qualche modo sai già tutto. Intendo quel che sarà la tua scrittura, le tue personali ossessioni, le cose che faranno di te lo scrittore che sarai, e che tutto sommato già sei, magari solo in potenza, nella tua prima opera.

Il percorso successivo è tutto un cammino di consapevolezza. Più scrivi, più comprendi appieno cos’è che realmente vuoi dire, come vuoi farlo e quali sono i tuoi modelli. Tutto questo c’era già, ma sotto la superficie. In qualche modo emerge, ed è per questo che, se tutto va bene, si migliora di libro in libro: ricerca, certo, ma anche maggiore consapevolezza.

Tutto questo cappellotto introduttivo per spiegare che di recente ho messo a fuoco una mia ossessione particolarmente importante, e che l’ho fatto grazie ad una serie televisiva. Eh già. Non sono mai stata particolarmente schizzinosa con le mie fonti d’ispirazione; io credo semplicemente che raccontare storie sia un compito che possa essere portato a termine con una gran varietà di mezzi, e che non sia il medium a fare la qualità, quanto la capacità di appassionare, coinvolgere e lasciare qualcosa al fruitore. Per questo paragono senza problemi libri a film, a serie televisive, a cartoni animati o a fumetti. Alcune regole dello storytelling trascendono i media.

Comunque. La serie televisiva in questione è American Horror Story Asylum. Per chi non la conosca, si tratta della seconda stagione di una serie che si propone di raccontare storie di orrore archetipiche: la prima stagione aveva al centro il topos della casa infestata, la seconda ha l’obiettivo puntato su un manicomio. L’istituto di Briarcliff, però, funziona solo come accumulatore di storie; nelle tredici puntate troviamo infatti suore perverse, gente posseduta dal demonio, nazisti, esperimenti umani, serial killer, alieni. Tenere insieme il tutto non è ovviamente cosa banale, ma Ryan Murphy, principale ideatore della serie, ci riesce, sebbene con risultati alterni. E ci riesce perché osa. Più che storie dell’orrore, le sue sono racconti grotteschi, in cui è il disturbante a farla da padrone. E per disturbare devi gettare il cuore oltre l’ostacolo, c’è poco da fare. E poi scavare, a fondo, là dove la ferita è purulenta, in tutti quegli istinti bassi, oscuri, che ciascuno di noi possiede, ma che nega o controlla.

Non conta però solo quel che racconti, ma, soprattutto, come lo fai. La strada di Murphy è l’eccesso, un eccesso perseguito con una pervicacia che ha dell’ammirevole. Se a livello di trama, l’outré, viene perseguito sempre, lo stesso non accade a livello di regia e messa in scena, e questo fa sì che non tutti gli episodi, per quanto godibili, siano capolavori. Ma, quando anche la regia osa, si sfiora il capolavoro. Ed è stato proprio guardando alcuni di questi episodi, mentre mi sorprendevo a pensare “vorrei saper scrivere una cosa così, dannazione”, ecco, è stato allora che ho capito: ho una fascinazione per l’eccesso. Credo sia la chiave della catarsi. Sì, la catarsi, quella roba lì di Aristotele (mi sento un po’ Er Pips de La Prova dell’Otto, devo dire). I personaggi eccessivi, che sono come noi, ma all’ennesima potenza, dilaniati da drammi devastanti, portatori di passioni estreme, stimolano in noi un’adesione viscerale; al tempo stesso, il loro essere eccessivi mette tra noi e loro la giusta distanza che ci permette di godere delle loro avventure. Voglio dire, perché ci piace vedere i personaggi di un serial soffrire, quando soffrire in prima persona fa così schifo? Perché in qualche modo l’eccesso dei personaggi, la loro distanza da noi, ci permette di sublimare la sofferenza e guardarla da fuori, onde capirla, parteciparvi ma al tempo stesso disinnescarla. Ma i personaggi ci somigliano anche, pur nell’eccesso, e dunque siamo al tempo stesso coinvolti dalle loro vicende. È un equilibrio sottilissimo, che funziona solo sotto due condizioni: non avere veramente paura di niente, ed essere estremamente consapevoli del meccanismo.

Ecco, in qualche modo questo mi piace come spettatore, e, di conseguenza, anche come scrittrice. Certo, si tratta di qualcosa che richiede uno sforzo anche al lettore/spettatore, ma tutte le belle storie lo fanno, o non sarebbe così bello sentirsele raccontare: lo sforzo è l’abbandono. A storie del genere occorre cedere, fidandosi completamente del narratore. È vero, ti porterà in posti oscuri, tremendi, ti farà piangere e tremare, ma alla fine ne uscirai diverso, avrai imparato qualcosa, e sarai un po’ più forte. Per questo il narratore deve sapere esattamente quel che vuole dire e come vuole farlo. Se non è così, si rischia di perdersi in due.

Queste sono le storie che mi piace ascoltare, queste sono le storie che vorrei saper scrivere.

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Rubrica: Ipsi dixerunt, Top post

  • Scritto da:

  • Licia Troisi
  • Licia Troisi, nata a Roma nel 1980, è l'autrice fantasy italiana più venduta nel mondo, grazie allo straordinario successo delle saghe del Mondo Emerso, della Ragazza Drago e della nuova saga I Regni di Nashira. Laureata con una tesi sulle galassie nane, collabora come astrofisico con l'Università di Roma Tor Vergata.


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